lunedì 30 novembre 2009

BATTIATO, 1 febbraio 2005

Si spengono le luci, il sipario resta chiuso e lo spettatoremediodiBattiatocioèio [1]
comincia a sudare freddo, si ricorda un live preso per caso alla sala borsa di Bologna con archi di accompagnamento e nessun sintetizzatore, brani eseguiti con l’entusiasmo di un giocatore di curling. Sul palco salgono lui (lo scrivo con la lettera minuscola, per ora) e un sosia di Venditti al pianoforte, lui attacca con un brano sconosciuto che poi mi dicono essere stato composto da un musicista dell’800 su parole del Bardo in persona. Lo spettatore medio suda freddo.
Attacca quindi il primo singolo del nuovo album, quel Tra sesso e castità che, mi ricordo da quel paio di ascolti alla radio (non ho comprato l’album: mancanza di fiducia, lo ammetto), esplode a un certo punto in un ritornello che salva il resto dalla mediocrità a cui purtroppo lui ci ha abituati negli ultimi anni. 

DIED PRETTY 'Free Dirt'

DIED PRETTY - FREE DIRT - 1986; Citadel

"Sulla scia dei Radio Birdman i Died Pretty realizzano un disco tanto bello quanto raro"
Aussie Rock: questa etichetta musicale non identifica band con determinate caratteristiche o influenze musicali, ma ha la funzione di raccogliere al proprio interno gli artisti nati in Australia. L'Aussie Rock ebbe inizio nei primi anni '70 con nuclei pionieristici come Bee Gees e Missing Links , ossia due band dalle radici musicali completamente distinte che si spartivano la scena nazionale ed iniziavano ad avere i primi riscontri di mercato oltre i confini australiani. Successivi a questa ondata primitiva e in seguito alla rivalutazione del tipico suono di Detroit, il garage rock, con la conseguente riscoperta di gruppi chiave come Stooges e MC5, nacquero due band fondamentali per il prosieguo del rock made in Australia, Radio Birdman e Saints. Già nel 1977, misero la firma a Radios Appear e I'm Stranded, quest'ultimo disco tendente al punk inglese (vedi Sex Pistols), sui quali attinsero a piene mani, dal 1980 in poi, Hoodoo Gurus, Celibate Rifles, Stems, Beasts of Bourbon…e i Died Pretty, che videro spalancarsi nuove strade e nuove alternative sonore.

IL BOP, LO SWING E BATMAN

UN LIBRO,UN DVD E (ORRORE!) UN FUMETTO PER PARLARE DI JAZZ

Ben poche esperienze rendono la vita degna di essere vissuta come quando si scopre la musica.

Certo, ci sono gli amici, i consigli, le recensioni, chi è fortunato ha i dischi dei fratelli maggiori, ma in fondo la musica la si scopre da soli. Finisce sempre con un ragazzino che si chiude nella sua stanza, ascolta un disco e scopre la musica. Scopre una musica che non sapeva esistesse. Scopre una musica senza forma che aveva in testa da anni, ed eccola lì! E’ proprio quella che cercava!
E’ una faccenda solitaria, ed è dannatamente giusto che sia così.
Nel caso della musica jazz, può capitare di sentirsi ancora più soli.

DESTINATION MORGUE di James Ellroy


DESTINATION: MORGUE di JAMES ELLROY
337 pag. - Bompiani - Collana: Tascabili - Best seller,2004 - € 8.50

Ellroy
mi piace. Altri no. Lui si. Perché? Scrive bene? Si questo è indubbio. E’ una mitraglia. O forse no. Spara pallottole precise. Sa cosa vuole dire. Osserva le cose, e le sa dire. Le sa riportare. Segui le sue descrizioni e le cose di cui parla diventano vere.
E’ vero che spesso è sordido, ma è anche vero che sono le sue storie e ha il diritto di raccontarle. Ellroy parla di Los Angeles. Non parla di molto altro. Non si può dire che parli dell’America, o della California. No. Lui parla di Los Angeles. Della Los Angeles dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. La quadrilogia Dalia Nera-L.A.Confidential – Il Grande Nulla- White Jazz ci parla proprio di quegli anni, dal 1948 ai primi anni ‘60, uno squarcio di tempo che ha messo le basi per quasi tutto ciò che accade ancora oggi in America (e di riflesso qui). Ma non è dei romanzi che voglio parlare. Piuttosto di un’antologia saggistico-narrativa, disponibile in edizione economica da poco.

MATRIMONI di Piergiorgio Paterlini

Matrimoni di Piergiorgio Paterlini
194 pag. Einaudi - Gli Struzzi - € 13,50
Come è possibile che un “cattolico duro e puro” come Bot-Man recensisca e CONSIGLI la lettura di un libro come questo? L’Armagheddon deve essere vicina, e i segni dei tempi lo rivelano. Se però si va oltre un “pregiudizio”, per cui i cattolici hanno a priori i paraocchiseguitemi, e vi parlerò di un libro bello e che mi ha commosso.
Cosa per me da senso a questa vita? L’amore. Fugace, eterno, promesso, realizzato ma sempre (quando esiste in questa terra) intenso e assoluto. E degno di rispetto e onore.E l’amore traspare da questo libro. Posso io dire “No. Questo non è amore? E’ solo disordine?” No. Sarei sciocco. Posso non capire come si arrivi a vivere un amore come questo, ma non posso negarne l’esistenza in nome di uno schema mentale. L’esistenza vince sempre sulla teoria. 

Fanteria dello Spazio (R.A. Einlein) - Guerra Eterna (J. Haldeman)



FANTERIA DELLO SPAZIO di ROBERT A. HEINLEIN
GUERRA ETERNA di JOE HALDEMAN
PREMESSE
Questa idea del parallelo/confronto tra questi due testi di space opera mi ronzava per la testa da diverso tempo. Almeno da quando l'anno scorso una importante, democratica, liberale e perennemente trendy nazione occidentale ha "preventivamente" attaccato una spietata, moralmente inaccettabile e, diciamocelo, antiestetica dittatura medio-orientale adducendo una serie di motivazioni, cangianti come le stagioni che si sono finora susseguite.
In parole povere, una guerra.
Mi chiederete: "Ti svegli ora?" oppure "Ci sono più di 150 focolai di guerra nel mondo e
parti proprio adesso?
"
Risposta: "Si, per il resto continuate a leggere."

ALAN MOORE 'La Voce del Fuoco' - intervista - 2004


DISCLAIMER:

Intervista originalmente pubblicata su www.a***blog.com [ora è un sito porno, ndO nov. 2009]
copyright e tutti i diritti riservati agli autori - 2004
Alan Moore è il più grande scrittore di comics, per quanto alcuni sceneggiatori - pochi - abbiano cercato di sminuirne l'importanza in una gara riuscita soltanto a dimostrare l'invidia e l'astio nei confronti di quello che rimane un modello da seguire sia come caratura di concetti espressi, di stile letterario, di analisi psicologica dei personaggi. Inutile citare i numerosi lavori che, dagli anni '80 ai giorni nostri, hanno spazzato via vecchi preconcetti sul modo di fare fumetti per creare dei punti fermi coi quali tutti quanti, autori e lettori, hanno dovuto fare i conti.
Nel 1996 è stato pubblicato il suo primo romanzo, in realtà una serie di racconti che narrano la storia, attraverso i secoli, di una cittadina inglese (una poco mascherata Northampton - città natale dell'autore), dal titolo Voice of the Fire. In seguito al successo avuto anche in Italia dai romanzi di un altro autore inglese di comics, Neil Gaiman, sembra che entro breve anche noi avremo modo di leggere l'opera di Alan Moore ed apprezzarne la complessità stilistica (un solo esempio di questa è il primo capitolo, narrato in prima persona da un uomo primitivo con un linguaggio completamente creato dall'autore).
In attesa di leggere, sempre qua su Fumetti di Carta, una recensione del romanzo, vi presentiamo una lunga intervista ad Alan Moore realizzata nell'aprile 2004 da Alan David Doane in occasione della riedizione cartonata di Voice of the Fire per la rubrica "The Five Questions" presente sul sito a***blog.com (e su newsarama.com) , così da incuriosirvi maggiormente e fornirvi alcune chiavi di lettura dell'opera direttamente dalla voce dell'autore.

venerdì 20 novembre 2009

ASH RA TEMPEL

“Esplosione elettronica”. Siamo agli inizi degli anni '70 nella Germania che vide all’opera uno dei più grandi sperimentatori, nonché padre della musica elettronica, il cui nome viene identificato in Karlheinz Stockhausen. Numerosi gli studenti che presero lezioni da lui a Kunstakademie di Remschied, Accademia delle Arti, come Irmin Schmitd - Holger Czukay del nucleo Can e Ralf Hutter - Florian Schneider tra i fondatori dei Kraftwerk. Questi decisero di portare avanti la missione elettrica iniziata vent’anni prima e fonderla con il termine più comune del rock in cui la classica triade chitarra – basso - batteria viene ridisegnata e ridimensionata come sfondo base dal quale nacque la nuova concezione di suono. Da secolari strumenti come l'Arca Musarithmica e il Thelarmonium, fino alle tecnologie più recenti per l’epoca, Theremin, Sintetizzatori Moog o Synclavier nascono nuove onde acustiche che, una volta perfezionate, vengono racchiuse in album dai caratteri innovativi con atmosfere sceniche straordinarie. Musica trascinante e coinvolgente, nella quale il suono, e quindi il lato strumentale, diventa l’attore primario.

ROCKY HORROR SHOW!


A long long time ago In a galaxy far far away God said “let there be lips” And they were They were good

Era un lontano 1973 quando in un teatro di Londra vedeva la luce uno dei musical più importanti, il famoso, divertente, coinvolgente, piccante, intrigante, irriverente, non convenzionale, colorato, rockeggiante,……e se qualcuno vuole aggiungere aggiunga pure…..ROCKY HORROR SHOW ad opera di un certo Richard Timothy Smith detto Richard O’Brien detto Riff Raff.

Nel '75 lui e Jim Sharman decidono di farne un film.

L’uscita del film è un fiasco clamoroso.

Pochissime persone vanno a vederlo al cinema, ma soprattutto, in pochissimi gli riconoscono una valenza reale!!!

don’t judge a book by its cover!!!
Facile da dirsi ma difficile da farsi!!!!


TUTTO QUEL CHE SAI E' FALSO?

Io ho una tesi.
Oggi viviamo in un’epoca in cui la quantità di informazioni a disposizione del singolo è massima.
Grazie soprattutto a Internet (strumento che solo la classe dominante demonizza, camuffandolo da “perverso giro di pedofili”, quando in realtà la sua “trasgressione” deriva dal fatto di essere incontrollabile e incontrollata) oggi il singolo utente, ossia me o voi, può accedere alle cosiddette informazioni “segrete” o “riservate”.
C’è però un problema. Ci sono TROPPE informazioni, e spesso esistono delle NON-Informazioni, ma solo delle forzature ideologiche dei dati. Quando poi non esistono delle FALSE NOTIZIE fatte circolare ad arte dai centri di potere, allo scopo preciso di screditare avversari o indirizzare il pubblico verso un obiettivo determinato.

DRAKKAR 'Razorblade God' - Dragonheart Rec, 2002


I Drakkar sono una bella realtà nel panorama musicale italiano. Sono la Boy Band più promettente venuta fuori dal filone neo-melodico.

Come faccio a conoscerli? Facile. Sono rimasto vittima di Dario “Scarlet Speedster” Beretta domenica 31 ottobre 2004, in tempo per festeggiare Halloween come si conviene.

Cronistoria ad uso e consumo degli altri componenti dei Drakkar. Dario vi ha tenuto nascosto il suo turpe segreto. In realtà è un Nerd che legge fumetti, e si spaccia per cugino in secondo grado di Steven Seagle (in effetti gli somiglia) per conquistare le (poche) lettrici di fumetti. Ma dato che per riuscire in questo obiettivo si devono verificare le seguenti condizioni
a- che esista una lettrice di fumetti
b- che esista una lettrice di fumetti single
c- che esista una lettrice di fumetti single a cui piace il power metal
d- che esista una lettrice di fumetti single a cui piace il power metal e che trovi carino Steven Seagle


FATES WARNING 'FWX' - Metal Blade/Audioglobe

Ammiro band come i Fates Warning, formazioni che non si sono mai fermate, che hanno sempre scelto un cammino evolutivo a priori dal successo e dalle vendite, alla ricerca di sonorità sempre nuove. Perché, a ben pensarci, per il gruppo capitanato da Jim Matheos sarebbe stato più che conveniente in termini di vendite rimanere nei territori dei primi album, cioè una reinterpretazione degli stilemi degli Iron Maiden con un tocco progressivo (ovviamente più di forma che di sostanza); ed invece negli anni (e con diversi azzeccati cambi di formazione che hanno portato a questa straordinaria line-up) i Fates Warning hanno saputo mettersi continuamente in discussione, raffinando sempre di più il songwriting e sperimentando sempre nuove soluzioni, fino a diventare, con un capolavoro come A Pleasant Shade of Grey (un’unica, intensissima, canzone di 50 minuti) una delle poche band realmente progressive nella musica metal. 

DURAN DURAN 'Astronaut' - 2004

DURAN DURAN Astronaut - 2004, Epic/Sony Music
Captatio benevolentiae
Il motivo per cui i Duran Duran sono stati così tanto strapazzati dal giornalismo musicale degli anni ottanta risiede principalmente nelle frustrazioni dei critici stessi. Parlare male dei 5 di Birmingham fu, per almeno un lustro, il passatempo preferito delle eminenze grigie dei vari Melody Maker e New Musical Express. La maggior parte delle loro recensioni si basava su paralogismi dolosi, discorsi finto logici in piena mala fede. In altre parole, i dischi dei Duran Duran erano giudicati con gli stessi canoni usati per valutare il rock “alto”, gli stessi criteri adoperati per Highway 61 Revisited o per One Size Fits All. Misurare Rio con le stesse regole con cui si parla di Sgt. Pepper's è una vigliaccata, e tuttavia fu la via più facile per rendere credibili ed autorevoli le posizioni di tanta critica rampante, sempre a caccia delle streghe, per un’anelata rispettabilità. La musica dei Duran, etichettata subito come new romantic, traeva le maggiori aspirazioni dall’ultimo Bowie, dai Roxy Music e non disdegnava la prepotente ritmica funky-disco à la Chic. Specie nel primo album, più livido e oscuro, erano presenti anche certi stilemi new wave. 

ULTRAVOX - VIENNA 1980


ULTRAVOX - VIENNA 1980; Chrysalis

"Dopo il cambio d'organico la band si dedica a una musica più romantica e melodica"


Vienna
rappresenta l'esordio della nuova era Ultravox. Cambiato assetto dopo le delusioni ricevute con Systems of Romance , che già proponeva venature neo-romantiche, con le partenze di John Foxx che intraprenderà la carriera solista, e Robin Simon unitosi successivamente ai Magazine, il gruppo si avvia verso una strada più melodica ed epica, sovrastruttura del romanticismo ampolloso apportato da Midge Ure, unitosi agli Ultravox dopo che Currie avviò una breve collaborazione con i Visage. Fu lunga la strada percorsa dagli Ultravox, dagli esordi conditi da rock ‘n roll e glam, sotto la nomea Tiger Lily e risultanti nel 45 giri Ain't Misbehavin', la band, guidata dalle mani esperte di Brian Eno nelle vesti di produttore assieme a Steve Lillywhite, si impose sulla scena musicale riuscendo a coniugare al meglio l'aggressività punk con la sperimentazione elettronica. 


JASON X - IL MALE NON MUORE MAI regia di James Isaac

Più che una recensione, mi accorgo che, anche stavolta, mi ritrovo a riportare su carta un po' di considerazioni su un tema.
La memoria mi riporta ad un paio di anni indietro, forse uno e mezzo. Il cinema nemmeno lo ricordo, ma non è questo l'importante.
L'importante (e come possibile il contrario?) è Jason Voorhees, stavolta trasportato nello spazio e nel tempo per la goia dei fan… ed il disgusto di chi ha sbagliato sala!!!
Ah, ora ricordo… il cinema era il multisala Warner Village a Firenze.
La proiezione si apre con l’ovazione del pubblico/fan all’apparire neititoli di testa del nome di Kane Hodder, l’autentico Jason Voorhees (sostituito ultimamente dal più dinamico Ken Kirzinger) per proseguire con il cameo di un David Cronenberg avido come pochi per trovarsi in pochi minuti catapultati a bordo di un’astronave, 450 anni nel futuro.
Dopo l’inizio scoppiettante, la trama si incanala nel modo più consono con Jason, letale pure in versione stoccafisso surgelato, a massacrare indistintamente militari armati fino ai denti e studentesse che più discinte non si può.

LA FABBRICA DEL CIOCCOLATO regia di Tim Burton

La fabbrica di Tim Burton: quello che si nasconde sotto la maschera

Che Tim Burton abbia problemi con la figura del padre, è evidente sin dai tempi di Beetlejuice: la famiglia è da sempre per il regista di Burbank il luogo dove si manifesta l’orrore e dove i sogni sono sacrificati sull’altare di una rispettabilità di facciata. I suoi personaggi, grotteschi, malinconici e crudeli, vivono autoisolandosi da un mondo che li ha feriti e derisi, rifiutati perché diversi, cacciati perché pericolosi. Willy Wonka, come Batman, Edward Scissorhands, lo stesso Beetlejuice, abbandona la società, pur continuando a coltivare con essa un rapporto che nutre la propria statura di mito.
Tim Burton non si è mai fermato però al di qua della superficie che separa realtà e leggenda, ma oltrepassandola per restituire la triste verità ha sempre messo a nudo il dolore e la paura che si nascondono dietro la maschera del cavaliere oscuro o del demonietto dispettoso. All’interno del castello, si nasconde una creatura sola e spaventata, che costruisce attorne a sé un mondo fantastico, fragile come tutti gli universi nati dalla fantasia, ma sicuro perché vuoto, di sentimenti, di persone, di imprevisti. Willy Wonka è solo nella sua fabbrica di cioccolato, Batman è preda dei suoi demoni nella batcaverna, Beetlejuice vive all’interno di un plastico: i personaggi di Tim Burton sono re senza sudditi, distanti e incompresi.

SHAUN OF THE DEAD regia di Edgar Wright

E’ abbastanza sorprendente vedere come alcuni film riescano a divenire un fenomeno di culto di livello mondiale pur essendo passati praticamente inosservati nelle sale, eppure è successo spesso in passato: basti pensare a L’Armata Delle Tenebre, il terzo capitolo della splendida trilogia de La Casa, flop mostruoso nelle sale e successo incredibile nel circuito dell’home video (successo che si è ovviamente ripetuto con la riedizione in dvd). Al giorno d’oggi è sicuramente più facile che succeda, grazie a forum e newsgroup dove la parola viene passata in modo molto veloce e successivamente, è piuttosto immediato (per quanto illegale, è sempre bene ricordarlo) procurarsi su internet in tempi brevi il film in questione.

I due più importanti fenomeni di questo genere sono stati Donnie Darko ed, appunto Shaun Of The Dead, che da misconosciuto film inglese è diventato immediatamente uno dei film preferiti degli amanti dell’horror, una pellicola che si è subito guadagnata il titolo di “Capolavoro”. Esagerazione? Gloria immeritata? In questo caso direi proprio di no. Shaun Of The Dead è infatti forse il miglior film horror degli ultimi 10 anni; il merito va ad una sceneggiatura brillantissima, che mischia il classico canovaccio degli zombie ad una graffiante, divertente ed azzeccata commedia. 

DONNIE DARKO regia di Richard Kelly

Donnie Darko è schizofrenico. Donnie Darko ha problemi di relazione che lo obbligano a sedute psicanalitiche e psicofarmaci. Donnie Darko soffre di allucinazioni, protagonista un coniglio gigante che gli preannuncia la fine del mondo. Donnie Darko è sonnambulo, ed è solo grazie al medesimo coniglio gigante che dopo pochi minuti di film riesce a salvarsi la pelle: un reattore caduto da chissà dove gli sfascia la camera, mentre il nostro è a spasso in trance per i boschi.
Donnie Darko è un fenomeno di marketing. In un forum, di fronte al mio giudizio negativo, mi è stato detto “è ovvio che non ti sia piaciuto, con tutte le aspettative che si erano create in tre anni”: il problema è che io di Donnie Darko non sapevo nulla, tranne l’entusiasmo di amici-cybernauti che pochi giorni fa si cantavano addosso la grandezza della pellicola, ventata d’aria fresca nel genere horror (saranno almeno dieci gli horror che si portano dietro questa pubblicità ogni anno) o addirittura nel cinema in assoluto. Uno dei suddetti cybernauti, sempre parlando di cult preannunciato, mi ha detto che i film come questo o come Il favoloso mondo di Amèlie, quelli che arrivano pretendendo di farsi adorare a tutti i costi, non possono che deludere; ottimo esempio, ho pensato, perché da Amèlie mi aspettavo molto e tutto è stato confermato. Non è necessario che un film si presenti sotto i peggiori auspici per farsi amare.

LA GUERRA DEI MONDI di S. Spielberg

Il primo pensiero che ho avuto alla fine del film è che Spielberg probabilmente dovrebbe dire basta alla fantascienza visto che gli ultimi film realizzati nel genere non erano certo brillanti. "A.I." da qualcuno è ritenuto un capolavoro, ma, sinceramente, l'ho sempre trovato noioso fino alla morte; "Minority Report" come film in sè potrebbe essere anche accettabile, ma non è tollerabile quello che ha fatto Spielberg al racconto originale di Dick, cambiandone non solo il finale, ma anche le conclusioni a livello morale.

Ed arriviamo a questo "La Guerra dei Mondi": la prima cosa che colpisce l'occhio è il totale e voluto ribaltamento del canone che lo stesso Spielberg aveva creato con "E.T." ed "Incontri ravvicinati del Terzo Tipo", una cosa già ovviamente annunciata, ma che il regista sfrutta citando sè stesso in più di un punto (la mano dell'alieno che esce dal Tripode è un deja vu decisamente troppo grosso per non notarlo) e scegliendo non casualmente come co-protagonista Dakota Fanning, una bambina bionda con gli occhioni azzurri che assomiglia parecchio alla Drew Barrymore bambina di "E.T.". Il gioco è dichiarato e semplice, ma tutto sommato funziona, devo ammettere.

PATTI SMITH live, 23 ottobre 2004 Cortemaggiore (PC)

"Jesus Died for Somebody's Sins ..... but not mine ....."
E' questa la frase che mi gira continuamente per la testa da Sabato notte .....forse banalmente, ma assai efficacemente ...... perchè è la rappresentazione esatta di quello che deve essere la musica in generale ed il Rock 'n Roll in particolare ........ comunicazione e trasmissione di sensazioni, atmosfere ed emozioni.
In ciò Sabato, Patti Smith è riuscita in pieno, centrando l'obiettivo come neanche Guglielmo Tell era capace.
Premessa n. 1 - Ho da sempre stimato la cantante-poetessa, ma non avevo una conoscenza completa ed approfondita dei suoi lavori.
Premessa n. 2 - La mia posizione rispetto alle grandi personalità del Rock, ai loro ritorni dopo silenzi pluriennali, alle reunions che oramai da oltre vent'anni hanno coinvolto la scena musciale (un fenomeno iniziato sostanzialmente nel 1984 con la reunion più acclamata e desiderata dopo i Beatles, cioè quella dei Deep Purple) è diametralmente opposta a quella più volte (e con argomentazioni sicuramente valide) fatta sulle "pagine" di questo Sito e del relativo Forum di Discussione, e cioè nel senso della fedeltà al principio "non importa cosa fai, ma come lo fai". Per questo per esempio ho adorato il concerto di reunion di uno dei miei miti musicali di sempre gli Stooges, e per questo, forse anche in ragione delle valide critiche quivi esposte, ho trovato in proporzione ancora più riuscito ed efficace questo concerto di Patti Smith. 

THE DOORS

Ci siete tutti? La cerimonia stà per cominciare. SVEGLIATEVI! Non riuscite a ricordare dov’era? Si è fermato questo sogno?”. Recita così “Awake”, una delle più famose poesie scritte dalla penna di Jim Morrison e redatte da Frank e Katherine Lisciandro su due libri,in perenne “work in progress!”, “Wilderness” e “American Night”. Parole che acquistano un ruolo importante una volta date a una generazione decimata dalla guerra, a una America bigotta divisa tra il perbenismo e l’odio razziale. Parole di rivolta per uno dei gruppi che ha meglio incarnato lo spirito degli anni ’60, tra sesso droga e rock’n’roll.

James Douglas Morrison nacque l’8 Dicembre 1943 a Melbourne in Florida. Suo padre, George Stephen Morrison, era ufficiale della Marina Americana impegnato nella guerra per la conquista delle isole giapponesi. Così James trascorse i primi anni della sua vita dai nonni, nella razzista cittadina di Clearwater. Nel 1946, alla fine della guerra, il padre tornò a casa ma fu mandato per lavoro, seguito dalla famiglia, prima a Washington DC e poi ad Albuquerque nel Nuovo Messico.


TIM BUCKLEY

"Soltanto oggi, a distanza dalla sua morte, ho capito quante poche canzoni da lui scritte abbiamo la parola "casa" all'interno. Era come se egli si sentisse uomo di un non-luogo", Larry Beckett. C'è chi ha paragonato quanto fatto da Tim Buckley con la propria voce ai vari operati di John Coltrane per il sax, Cecil Taylor per il pianoforte e Jimi Hendrix per la chitarra.

Lui, quel piccolo uomo che suonava la chitarra, aveva creato una musica totale con estratti sonici come il jazz, il folk, il country, il blues e la psichedelica, dato che gran parte della propria discografia si sviluppò in quella California in fermentazione culturale, della stagione dell'amore e patria delle sostanze psicotrope; il tutto venne unito poi nell'intingolo della voce più bella di ogni tempo. Una voce penetrante con liriche che vanno al di fuori della natura umana, sfumature, sfaccettature e vibrazioni che sapevano trasformare una semplice canzone in una agonia laconica o in un inno alla gioia beethoviano.

LA GUERRA DEI MONDI regia di Steven Spielberg - 2005

Parecchi timori anticipavano la visione de “La Guerra dei Mondi”, ultima fatica di Steven Spielberg, tra i quali, forse il più grave, il sospetto che il ribaltamento del punto di vista del regista di “Incontri Ravvicinati” e di “E.T.” fosse un’astuta e pericolosa chiusura politica e sociale nei confronti dell’ “altro” e del “diverso”, mascherata da racconto di fantascienza ovviamente. Tale timore, reso più comprensibile proprio dalla consapevolezza che il genere fantascientifico più di altri si presta ad una interpretazione metaforica della società, nascondeva più dubbi nei confronti di Spielberg, un regista che negli ultimi quindici anni ha denunciato parecchi segni di stanchezza creativa, che nei confronti della materia filmica – l’invasione extraterrestre come lettura del terrorismo di matrice islamica.
Al di là di un racconto di genere serrato e coinvolgente, “La Guerra dei Mondi” si rivela sorprendentemente sensibile e sottile nel cogliere lo spostamento di prospettiva subito dall’immaginario popolare alla luce degli eventi degli ultimi quattro anni (con l’11 settembre 2001 a fare da spartiacque): il film di Spielberg è importante perché racconta come la società di oggi sia fragile ed insicura, costruita sugli inganni e sulle macerie, e come basti così poco a ferirla. 

L'UOMO SENZA SONNO (The Machinist) regia di Brad Anderson

Dopo l’interessante e sottovalutato Session 9 il regista Brad Anderson confeziona un nuovo “thriller della mente” impegnandosi a farci smarrire e ritrovare con sapiente maestria.
Tolte le coordinate spaziali e temporali (in occidente, ma dove? Fabbrica da dopoguerra, ma auto di ultima generazione) per evidenziare il protagonista, un Christian Bale vero effetto speciale, dimagrito di trenta chili per “calarsi” nel personaggio, che somatizza e trasmette il suo disagio.
Il protagonista, l’insonne Trevor Reznik la cui impossibilità di addormentarsi che lo perseguita da un anno sortirà effetti devastanti nella sua vita lavorativa, sociale ed affettiva, facendolo sprofondare in un incubo ad occhi (sempre) aperti.
Che io ricordi, difficilmente un film ha suscitato reazioni così contrastanti tra il pubblico in sala, chi lo ama visceralmente e lo accosta ad Hitchcock, Lynch e Polansky come da locandina e chi lo detesta rimproverandogli un costante quanto fastidioso senso di deja-vu con l’aggravante dell’eccessiva lentezza.
E volendo si potrebbe dare ragione ad entrambi.

mercoledì 18 novembre 2009

LA FORESTA DEI PUGNALI VOLANTI regia di Zhang Yimou


La Foresta dei Pugnali Volanti, il nuovo film di Zhang Yimou, rappresenta un passo deciso del cinema orientale in una direzione nuova, che viene incontro, in un certo senso, ai gusti del pubblico occidentale, senza rinunciare alle proprie peculiarità.

Yimou è un regista molto conosciuto, vincitore di numerosi premi: Leone d’Argento per Lanterne Rosse (1991), Leone d’Oro per La Storia di Qiu Ju (1992) e per Non Uno di Meno (1999), Gran Premio della Giuria al 47esimo Festival di Cannes per Vivere (1994), Orso d’Argento per La strada verso casa (1999); il suo stile, caratterizzato dalla sua eccezionale maestria nell’uso dei colori (fondamentale il suo background di direttore della fotografia) e dalla capacità di sfruttare al massimo le peculiarità degli attori da lui diretti, gli è valso l’ammirazione dei cinefili di tutto il mondo. Nondimeno, è parsa strana ai più la sua scelta, due anni fa, di cimentarsi per la prima volta con il genere Wuxia, quello che è un po’ l’equivalente di Hong Kong dei nostri film di cappa e spada. Il risultato di quel primo esperimento, Hero, è stato eclatante. Un superbo film d’azione dalla classe innegabile dalla sceneggiatura affascinante e con una parte visiva capace di colpire al cuore gli spettatori con un impatto cromatico eccezionale.


THE VILLAGE di M. Night Shyamalan


M. Night Shyamalan ci aveva già regalato, la sua personalissima visione del genere horror con l’ottimo Il Sesto Senso, un film giocato su una costante suspense e con un finale a sorpresa ottimamente costruito. Dopo aver giocato con i supereroi (il davvero riuscito Unbreakable) e con gli alieni (Signs), il regista torna sui territori dell’horror con la sua ultima pellicola, The Village. O almeno così sembra. Perché, come al solito, c’è più lo zampino del marketing in questo caso che del regista stesso: non c’è dubbio che dai trailer e dalle locandine il film sembrasse in tutto e per tutto un classico thrillerone con mostri che si annidano nei boschi e, visto il recente ritorno al successo nelle sale del genere horror, è ovvio che la casa cinematografica abbia puntato decisamente su questo aspetto, quando l’intento di Shyamalan era comunque diverso. E’ quindi importante notare come da un lato possono essere state le aspettative a rovinare in parte la visione del film, ma, dall’altro, non si può che sottolineare come The Village sia una pellicola molto carente sotto molti punti di vista.

STAR WARS III - LA VENDETTA DEI SITH di George Lucas


Giunge così al suo termine la controversa Trilogia Prequel di Star Wars: a dire il vero le aspettative non erano così alte, almeno per quanto mi riguarda. George Lucas, nei primi due capitoli, aveva dimostrato di non essere completamente coinvolto e connesso al mondo da lui stesso creato quasi 30 anni fa. Aveva realizzato due pellicole visivamente spettacolari, ma essenzialmente fredde: insomma, aldilà della trama, il regista non era riuscito a ricreare la magia della saga originale, quei personaggi che avevano fatto innamorare ed emozionare milioni di persone in tutto il mondo, segnando in modo profondo l’immaginario comune di fine Novecento. Episodio 1 e 2 non riuscivano quasi mai ad appassionare: colpa di caratterizzazioni non sempre riuscite, di una trama che procedeva avanti con una preoccupante lentezza, di alcune scelte francamente discutibili (su tutti l’ormai famigerato Jar-Jar, probabilmente il personaggio più fastidioso ed inutile mai concepito da Lucas e la storia dei Midiclorian, che in pratica riduce il concetto filosofico della Forza all’effetto di squallidi parassiti) e di un uso molto freddo e tecnicistico della tecnologia. 

OLD BOY regia di Chan-Wook Park


La prima cosa a saltare all’occhio in una pellicola come Old boy è che sorprende, e non sono molti i titoli che ci abbiano sorpreso di recente. Soprattutto, Old boy ci sorprende sul piano più difficile e meno aspettato, quello della storia: il cinema coreano non è nuovo a virtuosismi belli e vuoti (esempio lampante il recentissimo, e sovralodato, Ferro 3) e da spettatori che non si fanno abbagliare da premi ed entusiasmi tarantiniani ci avviciniamo a questo aspettandoci pulp+belle coreografie (cappa e spada mutate in pistole) + un pizzico di Kitano. Non ci mettiamo molto a capire l’errore.

Vediamo l’incipit: una breve scena violenza in attesa, un uomo tenuto per la cravatta che fra pochi minuti sarà lasciato precipitare da un palazzo, è subito scansata e per qualche istante ci troviamo immersi in una comica da stazione di polizia, con il protagonista Taesu ubriaco e intrattabile che maltratta tutto e tutti prima di scappare in strada.


IL CONDOMINIO di James Graham Ballard


IL CONDOMINIO di James Graham Ballard
190 p.p., € 7,50 - Universale Economica Feltrinelli

James Graham Ballard, inglese nato a Shangai, classe 1930, è ancora uno scrittore che si potrebbe definire "di nicchia" nel nostro Paese. E' diversa la realtà in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove gli scrittori cyberpunk lo riconoscono come loro precursore: dice infatti Bruce Sterling nel suo A Century of Science Fiction (saggio del 1999 pubblicato sul Time e reperibile nel volume Parco Giochi con Pena di Morte della Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) "[...] Ballard è certamente l'artista più intuitivo che il genere abbia mai prodotto.[...] L'approccio di Ballard al futuro non ha mai avuto radici nell'ingegneria, nella fisica o nelle scienze aereospaziali, ma piuttosto nella medicina, nella psicologia e nel surrealismo.[...] Non ha mai predetto eventi o invenzioni di dispositivi; piuttosto ha descritto sensibilità future - cosa si proverebbe allora, cosa significherebbe [...]". Che sia opinabile il fatto che J.G. Ballard venga indicato come il miglior scrittore di fantascienza di sempre è sicuro, ma una simile dichiarazione riesce alla perfezione a far intuire dove stia la genialità dell'autore.


I RAGAZZI DEL MUCCHIO di Silvio Bernelli

I RAGAZZI DEL MUCCHIO romanzo di Silvio Bernelli - Sironi Editore, € 11,50

Ho cominciato a leggere il libro di Silvio Bernelli questa mattina. Càpita sempre così: tra l’inizio e la fine di qualcosa che mi coinvolge non ci dev’essere soluzione di continuità, quasi che un distacco – anche momentaneo – causasse la perdita di emozioni che mi voglio tenere strette il più a lungo possibile. E’ stata molto gentile la mia collega d’ufficio, si è sobbarcata una parte del mio lavoro per permettermi di continuare a leggere di nascosto I Ragazzi del Mucchio; persino lei, che così poco mi conosce, ha compreso quanto la lettura del romanzo fosse importante per me, oggi. Non c’è stato tempo per altro. Neppure per i nuovi fumetti che giacciono sul comodino.

Una domanda mi ha assillato un po’ all’inizio della lettura e cioè se l’interesse così forte che ho provato per questo romanzo fosse determinato principalmente dal fatto che Silvio è stato una persona importante per una parte della mia vita e che il libro racconta cose che in parte ho vissuto anch’io. E’ un dubbio che si è dissolto proseguendo nella lettura. I Ragazzi del Mucchio è infatti un romanzo per chi c’era, ma anche e soprattutto per chi non c’era; e ancora: l’autobiografismo non deve assolutamente far pensare a una sorta di nostalgico “caro diario”, ché qui ci troviamo sì di fronte a vera realtà romanzata, ma che va letta e sentita come una Storia, compiuta, definita. La scrittura di Silvio è veloce, concreta ma emozionante, coinvolgente, elegante.


Varlam Shalamov e Rubén Gallego



I Racconti di Kolyma di Varlam Shalamov
Pagine: 1305 Editore: Einaudi - 2 vol. Prezzo: € 19


Bianco su nero di Rubén Gallego
Pagine: 187 Editore: Adelphi Prezzo: € 14

Racconti dalla Wasteland: Varlam Shalamov e Rubén Gallego

Due scrittori diversissimi. Il primo, Varlam Shalamov, forse il più intenso testimone del Gulag; l'altro, Rubén Gallego, nostro contemporaneo (36 anni), paralizzato dalla nascita in tutto il corpo "tranne due dita". Eppure due cose li avvicinano: lo sfondo - la Russia - e soprattutto una scrittura dalla forza immensa.
Scrittura semplice, chiara, rigorosissima, dura e affilata come la lama di un coltello. Racconti, in entrambi i casi. Racconti forti, realisti, spietati, in più di un caso veri pugni nello stomaco. Racconti dove la Russia diventa il mondo intero, e l'epoca tutte le epoche. Dove resta solo l'uomo, universale in ogni dove e in ogni quando.


L'Incubo di Hill House (The Haunting of Hill House) di Shirley Jackson


L'Incubo di Hill House (The Haunting of Hill House) di Shirley Jackson - Editore: Adelphi (Fabula 158) - Prezzo: € 14,80

Nel 1960 il regista Roger Corman propose al produttore Sam Arkoff di girare un film dell'orrore basato sul racconto "Il Crollo della Casa Usher" di Edgar Allan Poe.
"E dov'è il mostro?" chiese il produttore.
"Il mostro è la casa!" rispose Corman.
Ci voleva uno come Corman, per mettere in parole un1intuizione tanto semplice quanto profondamente radicata in ognuno di noi.
"Il concetto di case impure o proibite - sacre, forse - è antico come la mente umana" dice il Professor Montague, uno dei protagonisti del romanzo "gotico-contemporaneo" scritto da Shirley Jackson nel 1959.


Q di Luther Blisset


"Q" di Luther Blisset - Einaudi 1999, € 15

Ecco una critica degli autori alla critica di Panorama!
Il libro in questione è uscito nel 1999, è stato accolto da notevoli favori tanto di critica quanto commerciali, e confortato da un ragguardevole numero di ristampe.
Una delle novità assolute del libro consisteva nel fatto che gli autori (nascosti sotto lo pseudonimo collettivo di Luther Blisset, nome fittizio a cui sono ricollegabili innumerevoli beffe ai media moderni) avevano spuntato per la prima volta la concessione di una sorta di “diritto di no copyright” sull’opera da parte dell’editore, come ben precisava la dicitura iniziale, che consentiva la pubblicazione parziale o integrale dello scritto senza bisogno di autorizzazione alcuna, purchè non a scopo commerciale o di lucro.
Gli stessi autori hanno già successivamente pubblicato, sotto il nuovo nome di Wu Ming,
[http://www.wumingfoundation.com/] (ossia l’ugualmente evocatorio “nessun nome”), il pregevole "Asce di guerra" (con Vitaliano Ravagli, per Marco Tropea Editore) e "54", altra spy-story internazionale, questa volta ambientata nel dopoguerra.


RUSH - live Milano, Mazdapalace, 21 settembre 2004


“Bob Dylan ci ha insegnato che puoi scrivere una canzone sul fall-out nucleare e può comunque essere divertente” Pete Townshend

Milano, Mazdapalace, 21 settembre 2004: “Abbiamo un milione di canzoni da suonare per voi!”Geddy Lee con la sua solita voce stridula, e per un istante il fan dei Rush non dubita che, effettivamente, i tre canadesi possano farlo davvero.

I Rush hanno portato all’estremo la “rivoluzione” concettuale introdotta da Dylan nel rock di cui parla Pete Townshend, nella frase che ho citato in apertura: i Rush (nella persona di Neil Peart, batterista e autore dei testi, soprannome “The Professor”) hanno scritto una canzone sulla costruzione della bomba atomica, anticipando di più di dieci anni la piece teatrale “Copenhagen” di Michael Frayn; i Rush hanno scritto una canzone sulla presa della Bastiglia; i Rush hanno scritto una canzone su Cignus X-1, un buco nero; i Rush hanno scritto una canzone sui campi di concentramento; i Rush hanno scritto una canzone su Tom Sawyer; i Rush hanno scritto una canzone sul fatto che le ruote sono sia un mezzo di trasporto che un mezzo di tortura; i Rush hanno scritto una quadrilogia sulla paura di impostazione psicanalitica; i Rush hanno scritto una canzone sulla luccicanza astronomica della Terra. E infine, in momenti di scarsa originalità, hanno scritto canzoncine sull’inutilità del suicidio, sulla velocità della luce, sull’omosessualità e sulla tragedia del 9/11.


LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI - NIGHT OF THE LIVING DEAD di George A. Romero

“Ho camminato con uno zombi. Sembra una cosa strana… se me lo avessero chiesto qualche anno fa non sono affatto sicura che avrei saputo dire cosa fosse uno zombi… avrei avuto una vaga nozione, che sono esseri strani, spaventosi, forse anche un po’ buffi”. [Da I walked with a zombie (1943), regia di Jacques Tourneur]

Il mito degli zombi è tra gli ultimi miti a conquistare il cinema americano dell’orrore. Nonostante gli innumerevoli film che trattino di morti che camminano, però, nei primi anni sono altri i mostri più celebri dello schermo: Dracula, il mostro di Frankenstein, la mummia e l’uomo lupo.
Il mito ha origine nei culti religiosi diffusi ad Haiti (“voodoo”, parola dialettale indicante semplicemente la divinità o l’oggetto caricato di valenze magiche) ed è una parte della stregoneria dell’isola che comprende oltre ad essi il fenomeno degli invasati. Ma una forma di vita “crepuscolare” o un vero e proprio ritorno dalla morte è elemento ricorrente sia nei miti antichi che nelle religioni principali del mondo; e non si dimentichi che la negromanzia comprende anch’essa tentativi di riportare alla vita un essere umano.

ROSEMARY'S BABY di Roman Polanski

Reduce dall’avventura gotico-grottesca di Per favore non mordermi sul collo, Roman Polanski dirige per la prima volta un film tratto da un romanzo (lo farà anche in futuro per L’inquilino del terzo piano, Tess, Luna di fiele e La nona porta) quello omonimo di Ira Levin, del 1967. Per il regista non si tratta di materia estranea al suo mondo: egli infatti vi ritrova, come vedremo, alcune delle sue ossessioni presenti già allora nella sua opera e che continueranno a tornare, in questo caso la figura di una donna angosciata nello spazio oppressivo di un appartamento.
Il film, prodotto dal regista William Castle, famoso per i suoi B-movies e le sue trovate spettacolari per impressionare gli spettatori (sedie da cinema con scossa incorporata e altre amenità) è molto lontano dalle amabili ingenuità degli horror del produttore. 

L’EROE E I PUGNALI VOLANTI

I due film “wuxia” di Zhang Yimou a confronto
Zhang Yimou ha raccontato la Cina in molti modi.
Dapprima con i grandi affreschi di Sorgo Rosso (tratto dal romanzo di Mo Yan, uno scrittore che dipinge le pagine così come Yimou dipinge i fotogrammi) e Lanterne Rosse, per poi passare attraverso storie umili, realistiche, ambientate nel nostro presente. Mi piace ricordare, fra tutte, il bellissimo La Locanda della Felicità, che in certe trovate sembrava correre parallelo alla poetica leggera e ironica di un Takeshi Kitano.
Negli ultimi tre anni, il regista cinese ha adottato un registro più alto, in cui il suo gusto per la bellezza estetica raggiunge vette altissime, in due film (Hero e La Foresta dei Pugnali Volanti) dove coreografia, fotografia e grafica computerizzata si fondono in affreschi degni di un pittore pre-raffaellita.

SHREK 2

SHREK 2 di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon

In ritardo di quasi 6 mesi rispetto al resto del mondo, anche in Italia è finalmente giunto il sequel di Shrek, il film di animazione digitale campione di incassi un paio di anni fa che stupì il pubblico per la sua feroce e riuscitissima parodia degli stilemi della Disney. I seguiti sono sempre operazioni piuttosto delicate e spesso non troppo riuscite, ma valeva la pena tentare di dare un successore al primo film, con personaggi dotati di grandi potenzialità come questi.


Ed è proprio in questo che Shrek 2 si dimostra parzialmente una delusione, perché con un cast così variopinto ed originale si sarebbe potuta lasciare libera la fantasia per costruire qualunque trama, ed invece la storia di base ricalca fedelmente uno dei tipici clichè delle commedie americane, quello del conflitto e della mancata accettazione del genero da parte del suocero, un tema reso celebre ai tempi da un ottimo film come Indovina chi viene a cena?, con cui Shrek 2 condivide anche il messaggio sociale sulla diversità e sulla integrazione. 

FUMETTIDICARTA: archivio extra-fumetto


Questo è l'archivio extra-fumetto della webzine www.fumettidicarta.it

Qui ci sono tutti gli articoli, gli scritti, le recensioni, le interviste apparse negli anni su fumettidicarta.

L'archivio di fumettidicarta riguardante gli scritti sui fumetti, invece, lo si può trovare a questo indirizzo: http://fumettidicartarchivio.blogspot.com/

Buona lettura.

ANGEL HITOMI - intervista esclusiva - 2006?...


Dietro il costume: piccolo viaggio nel mondo del Cosplay


Ormai da qualche anno, una delle presenze fisse più caratteristiche e più vivaci alle manifestazioni legate al mondo dei fumetti è quella dei cosplayer . Il Cosplay (abbreviazione di Costume Play , cioè “Vestirsi per Gioco” ) nasce in Giappone, ma ben presto i cosplayers sono cominciati a spuntare un po’ in tutto il mondo. Ovviamente sono soprattutto gli appassionati della produzione della terra del Sol Levante ad aver introdotto questo nuovo modo di esprimersi qui in Italia, anche se ormai sempre più spesso fanno capolino personaggi legati anche al mondo del cinema e a quello delle produzioni americane ed italiane.
Per dare un’occhiata più da vicino a questo fenomeno, davanti ad un cocktail e ad un bicchiere di vino, ho intervistato per voi una delle cosplayer italiane più famose, nella foto lei è quella carina!

Il suo sito www.angelhitomi.com (la cui homepage è in inglese, a confermare l’internazionalità di questo fenomeno, ma ovviamente c’è anche la versione in italiano) è frequentatissimo da ragazzi e ragazze di ogni parte del mondo, signore e signori ecco a voi Angel Hitomi .