cronaca di un concerto atteso vent'anniAspettare 21 anni per poi ritrovarsi davanti ai propri eroi adolescenziali, può rovinare il mito? Attendere senza speranze la reunion di una band, che quando avevi cominciato a seguire stava per sciogliersi e ridimensionarsi , può far cadere le aspettative? La risposta è NO. Questa volta le teorie leopardiane del piacere non hanno avuto riscontro. Questa volta, il piacere non è stato la frustrante attesa, ma l’evento: il concerto. Quello di Milano e, due settimane dopo, quello di Genova. Vedere i Duran Duran è stata un’esperienza emozionale incredibile.
Un tuffo nel passato che toglie il fiato. Un film di qualche minuto dove rivivi certe mattinate alla scuola media, certi pomeriggi al parco, qualche ritorno in bus verso la periferia, col maxi single di The Reflex, pronto ad essere solcato dalla puntina. Se il vostro mito è Batman, “vederlo” significa leggere le sue avventure, aspettare le uscite dei suoi fumetti. Nessuno sano di mente, si aspetterebbe di alzare gli occhi in una notte piovosa e trovarlo lì, a pochi metri, sul tetto di una casa. Se il vostro mito sono i Duran Duran, v’importerà poco di vedere e rivedere i vecchi filmati del Tour del 1984: per quel che ne sapete, potrebbero essere degli ologrammi. Ciò che vorreste è realizzare che esistono davvero e, con un po’ di fortuna, riuscire ad essere tra le prime file di un concerto e accorgervi che ridono, sudano e magari inciampano...
Il mito conosce bene “i suoi polli”, e i Duran conoscono bene i loro fan, e la presentazione sul palco non poteva che essere apologetica e trionfale: i fab 5 (il conio del termine si deve a Neil Gaiman) si presentano tronfi a bordo palco, immobili come monumenti, per essere fotografati, filmati, osannati. Intanto le note del synth accennano a Sunrise, la canzone del grande ritorno, l’inno della rinascita. Dal vivo c’è un’attitudine più rock, e i toni da jingle pubblicitario lasciano spazio a riff di chitarra che bene si impastano col basso di John Taylor e le tastiere di Rhodes. Il tempo di salutare le folle in un italiano molto british e Le Bon chiede, come fa da 23 anni, Is anybody hungry? È il momento di una leggenda del repertorio duran, Hungry Like The Wolf, il pezzo che li rese celebri in tutto il mondo, anticipando l’uscita dell’album Rio, manifesto pop degli anni ’80.
A Genova c’è anche qualcosa in più da festeggiare: il compleanno di John Taylor. È Simon Le Bon a fomentare i fan, con tanto di torta e candeline. Poi si avvicina all’amico e gli sussurra familiarmente nelle orecchie happy birthday Johnny. Il clima ormai è decisamente caldo ed è il momento di un altro classico, Union Of The Snake. Nick Rhodes accenna l’incipit ma Le Bon è impegnato a calzare un nuovo paio di scarpe che proprio non vogliono entrare e così è John Taylor ad intonare Telegram force and ready... ma il cantante non ci sta e prega i colleghi di ricominciare da capo.
What Happens Tomorrow è introdotta da un breve discorso socio-politico che vent’anni fa avrebbe stupito pubblico e critica, mentre Ordinary World è dedicata con un bacio a tutti i fan, i 10.000 di Milano, i 4.000 di Genova. Non mancano pure le sorprese di una scaletta che non si dimentica di niente, a parte forse di New Religion , Is There Something I Should Know e Skin Trade. A Milano l’outsider è Hold Back The Rain, a Genova Sound Of Thunder,assenti dal palco da più di vent’anni. Interessante il finale di Sound Of Thunder, traccia “minore” del primo album datato 1981, che sfuma in un’interpolazione con I Feel Love della premiata ditta Moroder/Summer. I momenti più suggestivi sono lasciati a The Chauffeur e Save A Prayer. Simon Le Bon invita tutti ad accendere gli accendini che, nell’era dei cellulari, sono ormai oggetti vintage per illuminare le notti dei concerti. Non per i duraniani di ogni parte del mondo, che hanno sognato per anni di potersi ustionare il pollice, cantando some people call it a one night stand, but we can call it paradise.
Careless Memories è una delle highlight del concerto: Andy Taylor, sigaretta in bocca, dà bella prova di sé con una performance da rocker consumato, mentre sullo sfondo i megaschermi trasmettono le immagini di un cartone giapponese che vede impegnati i cinque in un combattimento contro la EMI, la storica etichetta che li lasciò senza contratto nel ’98. Un momento catartico, si direbbe. Notorious è potente e ben eseguita, coi suoi riff funk e il prorompente basso di John Taylor: sul finale sfocia in We Are Family delle Sister Sledge, nella performance di Milano. Nell’esecuzione di Genova sfuma in un altro classico funky rock, I Wanna Take You Higher di Sly & The Family Stone. Un trionfo. The Reflex e Wild Boys stupiscono per la loro energia, per la carica dance che contagia la folla come nell’età d’oro della band. Le Bon incita una folla di trentacinquenni al ballo: stomp your feet, dice, col piglio del più convincente Master of Ceremony. Poi, dopo le danze, il silenzio. Qualche minuto prima dei bis, prima di un arrivederci che nessuno osa pensare possa essere un addio.
Ci sono ancora due canzoni senza le quali sarebbe impensabile congedarsi: Girls On Film e Rio. Nella prima, un’extended version di quasi 10 minuti, la presentazione della band, nella seconda un assolo di sax di Andy Hamilton (proprio lui, quello accreditato in Rio) regala emozioni rare, di quelle che si mescolano alla malinconia che c’è in ogni “ultima canzone” di un concerto. Vorrei poter fare una bella descrizione sui trucchi o gli abiti, sulle pettinature o sulle griffe sfoggiate sul palco, ma a questo ci ha già pensato la stampa musicale. Gli specialisti di settore, i cinquantenni di adesso, i trentenni di allora, hanno perso anche questa volta l’occasione per parlare di musica, malcelando la loro passione per i lustrini, per i trucchi, per le apparenze e i luoghi comuni.
Janquito
