The Metal Gods are back in Italy!Per l’occasione c’è un Mazdapalace sorprendentemente pieno (non pensavo che i Priest riuscissero ad attirare ancora tante persone), con una netta maggioranza, altro dato decisamente interessante, di ascoltatori giovani piuttosto che scafati. Peccato che un’appendicite del chitarrista abbia fatto saltare il concerto dei Paradise Lost, band che personalmente non ho mai visto dal vivo e che ho seguito molto in passato. Al loro posto i toscani Domine che, seppure molto più adatti alla serata a livello di sound, propongono il loro epic metal canonico e derivativo per la gioia dei giovani fan e per la noia totale del sottoscritto, noia spezzata dai 300 acuti ultrasonici piazzati come al solito da Morby.
Ma passiamo al piatto forte, i Judas Priest: si potrà dire che creativamente siano una band finita, che siano ormai delle vecchie cariatidi, che abbiano fatto la reunion solo per soldi…ma dal vivo sono ancora una delle formazioni più valide in giro. C’è il carisma magnetico di Rob Halford (tornato comunque in forma anche come cantante puro) che ipnotizza la platea, ci sono i grandi classici suonati ancora con la giusta energia ed intensità, c’è un Glenn Tipton sornione come non mai con i suoi sguardi da puro marpione, c’è tutta la classe di una band che da 30 anni suona questa musica. E tanto basta.
Torniamo alla cronaca del concerto: rispetto al concerto tenuto allo scorso Gods of Metal mancava forse l’elemento più emozionante, cioè quello di rivedere (o di vedere per la prima volta) dopo tanto tempo Rob Halford con la band, ma, per fortuna, in questo show meneghino non si è verificato alcun problema e sia il sound, sia l’umore del gruppo era ottimo. Dopo le note di “Hellion” si apre il concerto con “ElectricEye” e, mentre qualche fan incominciava già a chiedere a gran voce “Painkiller” (una bruttissima abitudine del pubblico italiano: possibile che conoscano solo ed esclusivamente quella canzone e debbano chiederla in ogni momento???), fa il suo ingresso in scena Rob, ovviamente incapsulato nella classica tenuta di cuoio e metallo e, come al solito, riesce ad ipnotizzare da subito la platea con il suo carisma, nonostante durante la canzone resti impalato. Tutta la prima parte dello show è caratterizzata dai vecchi successi (scelta non certo casuale), tra cui “MetalGods”, “Riding On The Wind”, “The Ripper” e la splendida “A Touch Of Evil” (come sempre uno degli highlight assoluti dell’esibizioni di Tipton e soci), con Rob Halford nel ruolo del vampiro tentatore mentre riecheggia, con tanto di palandrana, la famosa scena della scala di Nosferatu.
Rapido cambio di vestito (un’abbagliante, nel vero senso della parola, giacca argentata), ed il cantante rispunta tra luci e fumi su una piattaforma mobile dietro la batteria nella posizione dell’angelo che campeggia nella copertina di “Angel Of Retribution”: è arrivato il momento di mettere alla prova i brani dell’ultimo lavoro, prova superata a pieni voti: sia “Judas Rising” che “Revolution” rendono perfettamente dal vivo e soprattutto la seconda, piuttosto criticata dai fan all’uscita del singolo, suscita un’ottima risposta e qualche attimo di gloria per Ian Hill, alle prese con una delle pochissime intro di basso della storia dei Priest. Lo show comunque continua nel segno dei pezzi classici, visto che le uniche altre canzoni nuove eseguite sono state “Deal With The Devil” ed “Hellrider”. Le uniche due vere sorprese sono state la ottima e divertente “Hot Rockin’ ” e “I’m A Rocker”, pezzo davvero inatteso, che, però è sembrata una delle poche cose storte della serata; d’altronde con una possibile scelta di svariate decine di brani, risulta difficile capire perché i Priest abbiano deciso di eseguire una delle canzoni meno riuscite della propria storia.
Per il resto da segnalare comunque la evocativa “Diamonds And Rust”, la divertente ed esaltante “Turbo Lover”, una sempre grande “Victim Of Changes” ed un’intesissima “Beyond The Realms Of Death”, mentre il momento più divertente della serata è stata la stecca presa su “Breaking The Law”: la band la inizia infatti con ognuno dei membri che suona sulla chitarra o sul basso altrui e Rob Halford ha sbagliato completamente l’entrata sulla chitarra di K.K. Downing, lasciando il resto del gruppo esterrefatto per un paio di secondi, prima di riprendere in mano la situazione. Per il resto, il concerto è filato via senza intoppi, riservando ovviamente le 3 canzoni più anthemiche per il finale: “Hellbent For Leather” con la ovvia moto spenta ma rombante (e con Rob con il cappellino di cuoio: un classico!), “Living After Midnight” e “You’ve Got Another Thing Coming”, che lasciano il pubblico festante e visibilmente soddisfatto. In definitiva un ottimo show: la band era in grande forma, Halford ha dimostrato una volta di più il suo stato di grazie (faticando, com’era prevedibile e comprensibile sui pezzi più acuti) e soprattutto, rispetto al Gods, i Judas Priest sembravano veramente contenti, soprattutto un Glenn Tipton gigioneggiante e marpione come non mai.
Si potrà pensare quello che si vuole su questa reunion e sui motivi economici che ci sono dietro, ma è innegabile che i Priest, almeno dal vivo, siano ancora una delle band più belle ed esaltanti e Rob Halford un frontman dotato di un carisma unico e, salvo rare eccezioni, ancor oggi inarrivabile nella scena metal. Insomma: queste 4 vecchie cariatidi sanno ancora come tirare in piedi un ottimo spettacolo, dando ancora una volta una lezione per classe, stile, carisma ed energia alla nuova generazione di band cresciute nel loro segno. Immortali…
Albyrinth
