PICCOLO EXCURSUS NELLA MUSICA SOUL ATTRAVERSO DUE DISCHI IMPORTANTI
Chiedersi quale sia il miglior album di sempre in un determinato genere musicale è domanda destinata a restare senza risposta. O ad averne milioni. E’ un fatto di gusti, in fin dei conti.
Allora sarebbe meglio parlare di album più rappresentativo. E qui la cosa si fa leggermente più oggettiva.
A rappresentare ciò che comunemente va sotto il nome di soul, o meglio di un certo tipo di soul, quello sviluppatosi nel triangolo Macon–Memphis–Muscle Shoals, nel profondo sud degli USA, due personaggi entrati a pieno diritto nella storia della musica pop tout court: Aretha Franklin ed Otis Redding. Ancora in attività la prima, deceduto in un incidente aereo il secondo.
Gli anni del soul classicamente inteso sono stati i ’60. E’ durante questo decennio che i capolavori della musica soul sono stati pensati ed incisi. Come il rock ‘n’ roll un decennio prima, anche il soul è stata musica a 45 giri. Il 33 giri contenente brani coesi, composti pensando da subito al formato “lungo” sarà appannaggio di band a tutti gli effetti quali i Beatles e, restando oltreoceano, i Beach Boys di “Pet Sounds”. Nell’ambito black music, invece, imbattersi in un 33 giri pensato come tale, e non una mera raccolta di singoli di successo, è impresa difficile, almeno fino all’avvento dei ’70, allorché Marvin Gaye ruppe gli indugi e la tradizione Motown (siamo al nord quindi, a Detroit) dando alle stampe il suo capolavoro “What’s going on”, album politico come mai prima se ne erano uditi nella fabbrica sfornasuccessi di mr.Motown, Berry Gordy. Ma questa è un’altra storia.
Negli anni 60 quindi un lp come lo concepiamo ai giorni nostri era un’assoluta uscita dai canoni. Canoni rotti dai due più fulgidi rappresentanti del cosiddetto soul del sud (nonostante la Franklin sia originaria di Detroit…ma quanto di più lontano ci sia dal pop di casa Motown).
“I never loved a man the way I love you” segna il debutto di miss Franklin per l’etichetta Atlantic.
Il produttore Jerry Wexler, uno degli artefici della cosiddetta “golden age” del soul, riuscì a vedere in Aretha ciò che i tipi della Columbia, la sua precedente etichetta, non erano stati in grado di scovare.
Riuscì a comprendere che la figlia del reverendo Franklin non era interprete da lasciar vincolata a classici brani r&b o jazz che nulla aggiungevano al panorama musicale dell’epoca, se non l’interpretazione stessa di Aretha.
Wexler fu in grado di capire prima di altri che se in USA c’era una cantante dotata di anima e sentimento, quella era Aretha Franklin. Solidissimo background gospel, voce potentissima e versatile, interprete sopraffina che rendeva ogni brano sempre diverso dalla sua precedente interpretazione.
A tal proposito è gustoso ricordare un aneddoto riguardo la partecipazione della Franklin al film “The Blues Brothers”. Aretha interpreta la parte della proprietaria di una “trattoria” della periferia di Chicago che non vuole che il marito, ex chitarrista, si riunisca ai vecchi amici della Blues Brothers Band. La parte della Franklin consiste nell’impedire al marito di tornare in tour con i Blues Brothers, cantandogli in faccia, stile musical, il brano “Think”.
Racconta John Landis, regista del film, che ogni interpretazione della Franklin era diversa dalla precedente ed al momento del doppiaggio, la cantante non era in grado di cantare in sincrono con la pellicola, obbligando di fatto il regista a conservare il “fuori sincrono”anche in fase di montaggio. La prossima volta che vi capiterà di guardare il film in questione, fate caso al labiale della Franklin nella scena “incriminata”.
Dicevamo dell’Atlantic Records e di Jerry Wexler, artefici del successo che Aretha riscontrerà con album mai meno che dignitosi e sovente superlativi. Impacchettata e spedita negli studi Fame di Muscle Shoals, Alabama, la ancor giovane Aretha (che debuttò a 14 anni, è bene ricordarlo) dà alla luce lo standard con cui ancor oggi si deve misurare chi vuole cantare l’anima, per soccombere poi inesorabilmente. Con “I never loved a man the way I love you” entriamo in quel territorio in cui parlare di capolavoro può sembrare addirittura riduttivo, vista la profusione con cui questo termine viene usato per descrivere lavori sì carini, ma nemmeno lontanamente seminali come l’opera prima chez Atlantic di cui sopra.
Inizio spettacolare con “Respect”, presa in prestito ad Otis Redding e mai più restituita, come direbbe Eddy Cilìa. Fiati mai ridondanti e chitarra di classico stampo Memphis soul. Pianoforte suonato dalla stessa Franklin e quella voce che declama R-e-s-p-e-c-t, riconoscibile tra mille, completano la ricetta.
“Drown in my own tears” si apre con un pianoforte jazzy e la voce muscolare della ragazza di Detroit intenta a declamare pene d’amore fin troppo familiari a noi ascoltatori. Una batteria discreta accompagna la nostra nelle sue sofferenze di cuore ed un coro giunge in aiuto fino al crescendo finale che termina con un sussurro.
Atmosfere più “cazzute”, mi si passi il termine, nella title track, dove al lui della situazione viene detto “you’re no good, heartbreaker, you’re a liar and you’re a cheat”, ma subito dopo “but I never, never, never, loved a man, the way I love you”, confermando la credenza che gli uomini bastardi hanno sempre un fascino particolare per le fanciulle di qualunque continente.
“Soul Serenade” rimanda a “Drown in my own tears”, ma con chitarra e fiati più incisivi e “prepotenti” man mano che il brano si sviluppa.
Una tromba jazz solista su base ritmica da batteria elettronica ante-litteram ci introduce a “Don’t let me loose this dream”, mentre un delicatissimo pianoforte e la solita voce ricca di pathos la fanno da padroni in “Baby, baby, baby”.
Sferzate di ottoni puntellano “Dr. Feelgood”, mentre l’interpretazione della Franklin si fa oltremodo istrionica, sia qui che nella successiva “Good times”, dal sapore più blues che ci porta direttamente nel quartiere francese di New Orleans…”let the good times roll”.
La ballad è dietro l’angolo e si chiama “Do right woman-Do right man”, probabilmente la canzone con più sentimento dell’intero album.
Ritmiche di stampo r‘n’r-funky sono evidenti invece in “Save me”, dove Chips Moman, chitarrista della house band dei Fame studios, conduce le danze, e dove, con un cantato particolarmente ritmato, la Franklin si prepara al congedo, che avverrà con un brano che definire classico è sminuirlo. Si tratta di “A change is gonna come”, probabilmente la canzone di protesta più calma e speranzosa di sempre, a firma del mai troppo citato Sam Cooke, che scrisse il brano in risposta a Bob Dylan ed alla sua “Blowin’ in the wind”. La Franklin, come solo gli interpreti di razza sono in grado di fare, rende propria anche questa canzone, facendoci dimenticare per 4 minuti l’originale.
“I never loved a man the way I love you” è uno di quegli album particolari, che segnano un’epoca, ma che al di fuori della pur amplissima cerchia di appassionati, sono paurosamente ignorati. Niente di grave, per carità, visto che anche chi non sa che voce abbia ha almeno una volta sentito nominare Aretha Franklin. Il fatto poi che il soul, come tutta la pop music dei ’60, si basasse principalmente sui singoli a 45 giri, non ha di certo aiutato. Comunque non dovrebbe essere eccessivamente laborioso recuperare la ristampa in cd di cotanto ben di dio. Facendolo, vi metterete sugli scaffali un pezzo di storia della musica pop. E che pezzo!
Passare da “lady Soul” a “Big O”, al secolo Otis Redding, lascia un po’ di amaro in bocca, sapendo il secondo morto in un incidente aereo, destino tragico che lo accomuna all’icona del rock ‘n’ roll Buddy Holly. Il lascito del cantante originario di Macon, Georgia, è però di quelli che farebbero la felicità di qualunque casa discografica dedita a ristampe. Eppure il suo miglior lavoro a 33 giri è praticamente un album di cover. Bisogna d’altronde tenere a mente che il concetto di originalità in ambito pop in quegli anni era applicato più all’interpretazione di brani che alla loro creazione. Le classifiche di Billboard erano infatti piene di hit portate in vetta da interpreti diversi da quelli originari, spesso letteralmente scippando il successo dalle mani di questi ultimi. Prassi consolidata quindi, la pubblicazione di 45 giri contenenti un originale sul lato A e sul B una cover (chiedere anche a Beatles e Rolling Stones per conferme). Il fatto che però si pubblicasse un album con soli 3 pezzi originali era cosa affatto usuale.
“Otis blue/Otis Redding sings soul” è tutto ciò. E’una rassegna della musica dell’anima, come il sottotitolo dell’album lascia intendere. E’un omaggio ad un sogno che permette di uscire dalle secche della povertà georgiana e spiccare il volo verso una consacrazione che non sarà mai totale solo per colpa del destino. E’una descrizione centrata delle varie anime del soul (mi si passi il gioco di parole), e delle sue radici (leggi blues, leggi gospel).
Inciso negli studi Stax di Memphis, Tennessee, l’album vede schierata al gran completo l’house band dell’etichetta, Booker T & the MG’s. Probabilmente in molti di voi, la maggiorparte son sicuro, il nome non evoca alcunché. Basti però dire che il suono del soul del sud degli Stati Uniti (ma molti critici direbbero del soul e basta) è al 90% opera di questa band strumentale.
Supportati dagli ottoni di casa Stax, ovvero i Memphis Horns, Booker T & the MG’s costruiscono un tappeto musicale pronto a farsi calpestare, ora dolcemente, ora con foga, da uno dei migliori interpreti che la musica nera abbia conosciuto. Paradigmatica a questo proposito l’esibizione di Redding al Monterrey Pop Festival, che diede al cantante l’investitura quale mattatore dell’intero festival.
Le danze si aprono con “Ole man trouble”, uno dei pezzi autografi di Redding, in cui la passione interpretativa è messa da subito in risalto. Passione riscontrata all’ennesima potenza nel secondo dei brani originali, in quella “Respect” che Aretha farà sua in seguito. Qui è l’uomo che dice “I’m asking for a little respect when I come home”, là dove la Franklin renderà il tutto una rivendicazione femminista di indipendenza e di rispetto, appunto. La backing band di casa Stax fa il suo dovere, con il batterista Al Jackson, preciso come sempre, a dettare i tempi.
Il primo dei brani non originali dell’album è “A change is gonna come”, che come Aretha nel suo debutto per la Atlantic, anche Otis rilegge alla sua maniera. Sam Cooke scrisse il brano in un momento particolare della storia americana. Gli afroamericani iniziavano a credere che un altro mondo era possibile, spinti anche dalle parole del reverendo Martin Luther King, che predicava l’amore fraterno tra le genti di qualunque origine. Era utopia destinata a cadere in pezzi quando mani assassine misero fine al sogno del reverendo in quel di Memphis (città centrale, nella storia del popolo afroamericano, come poche altre). Forse il cambiamento auspicato da Sam Cooke non si è pienamente realizzato nemmeno oggi, ma il discorso andrebbe sviluppato in altra sede da chi è in grado di farlo.
Tornando all’album per antonomasia di Big O, un’altra rilettura coinvolgente è “Down in the valley” di Solomon Burke, cantante tuttora in attività. Uno dei pochi mantenutosi a livelli altissimi al di fuori del magico decennio 60-70. Il nome probabilmente vi risulterà nuovo; basti dire che è l’autore di “Everybody needs somebody to love”, portata a conoscenza delle nuove generazioni dai meritori Blues Brothers. R&B saltellante, di stampo classico, con la superba interpretazione marchio di fabbrica del nostro, questo è “Down in the valley”.
L’atmosfera poi si addolcisce di colpo, nell’ultimo brano appositamente composto da Otis per l’album, la straconosciuta “I’ve been loving you too long”. In quanti film l’avrete ascoltata, colonna sonora di un primo bacio piuttosto che di un ballo di fine anno?
In scaletta segue la seconda rilettura omaggiante Sam Cooke, “Shake”. Animo festaiolo in questi solchi. Fiati che mandano in estasi ed impediscono ai piedi di restare ancorati al terreno, sezione ritmica compattissima, esuberante, ma mai eccessiva. Brano candidato ad essere eletto come il migliore dell’album, ma questa è responsabilità che non intendo assumere.
Si torna a cantare dell’amore in “My girl” dei Temptations , brano per il quale molti innamorati vorrebbero essere anglofoni, così da poterlo dedicare alla donna della loro vita. Più discreto in questo frangente il supporto della band, ed è la voce di mr.Redding a venire prepotentemente alla ribalta. Caldissima e comunicativa. Puro distillato d’anima gospel, destinato però a nutrire l’amore profano anziché quello sacro.
Terza ed ultima interpretazione di un brano di Cooke, questo è “Wonderful world”. Anche qui si canta d’amore. Adolescenziale per di più, che è quello che ci fa sentire capaci di tutto. Buttate i vostri libri di testo e dichiarate il vostro amore alla ragazzina dei vostri sogni. La vita non potrebbe essere migliore, sembra farci intendere Otis.
Netto cambio di registro nella successiva “Rock me baby”, blues senza compromessi. Autore B.B.King. In questo caso è la chitarra di Steve Cropper a dettare l’andamento del brano, come è giusto che sia, visto l’autore.
Arriviamo così al brano più sorprendente dell’intero lavoro; una rilettura sui generis di “Satisfaction” dei Rolling Stones. La presenza degli ottoni rende il brano diverso anni luce dall’originale, eppure riconoscibilissimo. Fiati propulsivi che mandano in orbita, “Satisfaction” non perde un’oncia della sua potenza, anzi, eresia, ne acquista. Gli ascoltatori dell’epoca avranno probabilmente provato le stesse sensazioni avute dai loro omologhi in epoca new wave quando a rileggere il classico stonesiano furono i Devo. Altro genere, stesso ottimo risultato.
In conclusione viene posta “You don’t miss your water” di William Bell, che in seguito alla dipartita di Big O gli dedicherà la commovente “Tribute to a king”.
Cala così il sipario su uno degli album soul da possedere assolutamente, o da regalare se già la vostra copia fa sfoggio di sé sullo scaffale.
Il sipario calerà purtroppo, dopo poco, anche sull’avventura terrena di Otis Redding. In volo verso il Wisconsin dove avrebbe dovuto tenere un concerto, l’aereo precipita privando la musica di un personaggio che molto ancora avrebbe avuto da dire.
Aveva 27 anni.
Pochi giorni dopo, nei negozi, sarebbe uscita “(Sitting on)The dock of the bay”.


Aretha Franklin è un ottimo classico!
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