Memphis-Chicago, solo andata. Era questo uno degli itinerari di quella ferrovia sotterranea, di nome ma non di fatto, conosciuta come “Underground Railroad”. Gli schiavi afro-americani in cerca della tanto agognata libertà si mettevano nelle mani di questo movimento non ufficiale, composto da bianchi e neri, che andava appunto sotto il nome di “Underground Railroad” e che aveva come scopo quello di permettere ai fuggitivi un approdo sicuro oltre confine, nel più amichevole Canada.
Affrancarsi dalla schiavitù era certamente il sogno di tutti gli afro-americani del diciannovesimo secolo, ma pochi erano in realtà disposti a rischiare la vita per un’impresa pericolosa e tutt’altro che sicura come la fuga verso la grande foglia d’acero.
Un secolo dopo, la schiavitù è un lontano ricordo. Una memoria con cui però tutti gli afro-americani si trovano a dover fare i conti.
Checchè se ne dica il razzismo è ancora vivo nel profondo dei cuori di molti americani.
E più si viaggia verso sud, nelle terre del cotone, più il ricordo imbarazzante di un periodo storico da dimenticare diviene meno maleodorante, quasi giustificatorio. Siamo nella terra cara al Ku Klux Klan, la terra di “Mississippi Burning” di Alan Parker. Ma siamo anche nella terra culla della musica nera americana. Il blues come forma musicale derivata dai canti degli schiavi nelle piantagioni (le cotton songs), il jazz festaiolo del quartiere francese di New Orleans, il soul rivendicante un orgoglio afro-americano per troppo tempo tenuto nascosto, vittima designata dell’ignoranza più becera.
Con questo tipo di storia si confronta ogni nero americano ed a volte contro questo tipo di storia si esprime.
L’estetica del ghetto controllato da “fratelli”, dei traffici di droga per generare rapido profitto, dello sfruttamento della prostituzione da parte di papponi con Rolex al polso e piuma viola sul cappello d’ordinanza; questa, ma non solo, è un tipo di espressione artistica pop che va sotto il nome di “blaxploitation”. Quando si usa questo termine ci si riferisce quasi totalmente al mondo a 35mm.
Durante gli anni ’70 i cinema delle metropoli americane erano invasi da film in cui il protagonista era spesso un criminale o comunque un personaggio ambiguo. Ma soprattutto era di colore. Era un nero. L’assioma nero=criminale, se non nasce in questo contesto, di sicuro ne esce rafforzato. E’però necessario puntualizzare che molto spesso questi erano prodotti pensati da gente di colore per gente di colore.
Erano quelli anni in cui si iniziava ad intravedere il futuro trend che sarebbe deflagrato appieno negli anni ’80: lo spopolamento del centro cittadino (downtown) a favore della verde e ridente periferia. Interi quartieri sarebbero così stati appannaggio di classi sociali meno abbienti e senza la pretesa di una casa con giardino per il barbecue della domenica. Giovani disperati avrebbero iniziato prima timidamente, poi con crescente spavalderia ed in fine con ferocia a volte inaudita, a controllare interi isolati e poi interi quartieri. La gang stava diventando qualcosa di più di un gruppo di ragazzi cazzuti. Stava diventando un governo ombra. In perenne stato di tensione verso gli altri governi ombra. E pronto a dichiarare guerra.
A leggere queste parole può sembrare di trovarsi nel bel mezzo della scenografia di “1997- Fuga da New York”. Ci troviamo invece catapultati nel set di un film standard dell’epoca “blaxploitation”.
Storie di “fratelli”. Storie di droga e prostituzione. Storie di speranza, di riscatto sociale. E molte volte storie maledettamente trash.
Mi preme però parlare in questo frangente non della filmografia “blaxploitation”(non ne sarei in grado), ma di un paio di colonne sonore che hanno fatto la storia del genere.
E quando parlo di genere non mi riferisco solo alla black music, ma a tutto l’ambito di musiche da film. Potrebbe sembrare azzardato e pretenzioso fare paragoni con i vari Morricone, John Barry, Henry Mancini e compagnia suonante, ma io ci provo. Dopotutto, quando è che una colonna sonora risulta ben riuscita? Quando anche senza vedere nemmeno un fotogramma del film in questione riusciamo, tramite i suoni, a coglierne l’atmosfera. Se poi il film in questione non è nulla di trascendentale, a maggior ragione una colonna sonora azzeccata lo renderà perlomeno più digeribile.
E’ questo il caso di “Shaft OST” di Isaac Hayes e di “Superfly” di Curtis Mayfield. Ovvero film tutt’altro che memorabili accompagnati da colonne sonore tutt’altro che dimenticabili.
Isaac Hayes forse non vi dice molto come nome, ma se avete seguito film e telefilm americani degli anni ’80 potreste riconoscere almeno la sua faccia. E’ apparso in veste di guest star in telefilm come A-Team, Miami Vice, Agenzia Rockford etc., e con un ruolo di rilievo nel già menzionato “1997-Fuga da New York”, dove interpretava la parte del capogang di New York City, il Duca.
Non è però la sua carriera di attore ad avergli dato imperitura fama, bensì quella musicale.
Pianista/tastierista di grande valore, è uno dei personaggi che segnano l’epoca d’oro dell’etichetta soul più famosa, la STAX di Memphis. A volte era lui alle tastiere nei Booker T & the MG’s, come sostituto del tastierista da cui l’house band di casa Stax prende il nome. Compare, ad esempio, anche nelle registrazioni del capolavoro di Otis Redding, Otis Blue, album di cui abbiamo scritto il mese scorso.
Hayes è inoltre un notevole compositore. E’ il 50% della premiata ditta Hayes/Porter, autori, sempre di orbita Stax, dei più famosi pezzi del duo soul per antonomasia Sam & Dave. Loro è “Soul man”, tanto per dire.
In poche parole, come fa giustamente notare Peter Shapiro, Hayes è il personaggio di maggior successo di casa Stax, un riconoscimento non da poco visti i personaggi che giravano negli studi di East McLemore avenue.
Stile a tonnellate, Hayes non deve essere giudicato solo ed unicamente dal suo modo di proporsi, dal suo apparire come il macho di colore ai cui piedi cadono tutte le donne a tiro. C’è sostanza dentro l’involucro, di qualità sopraffina.
Dei suoi lavori solisti, di certo va menzionato “Hot Buttered Soul”, dalle chiare allusioni sessuali sin dal titolo. Album composto da soli 4 pezzi della durata media di 11 minuti. Archi che riescono a non essere mai stucchevoli ma funzionali allo svilupparsi di questi piccoli gioiellini che faranno da base per la costruzione di quel caseggiato che va sotto il nome di “Philly sound” dalle cui strade prenderà vita poi, per filiazione più o meno diretta, tutta la “disco music” degli anni ’70.
Per molti il capolavoro “ufficiale” di Isaac Hayes è questo, mentre quello “ufficioso” è proprio la colonna sonora del film “Shaft”.
La pellicola narra le imprese di un investigatore di colore condite con le classiche sparatorie, le storie d’amore e quant’altro. Insomma, intrattenimento puro senza pretese ma dal buon successo commerciale (qualche anno fa il film è stato omaggiato da un remake con Samuel L. Jackson nelle vesti di Shaft). La colonna sonora invece è un lavoro di tutt’altro livello.
Funk da strada, guerrafondaio in certi frangenti, calmo e rilassato in altri. E poi le chitarre, gli effetti wah-wah (caratteristici anche dell’altro album di cui parleremo tra qualche rigo), gli ottoni che spingono, poi rallentano ed infine esplodono facendo guadagnare sempre maggior velocità alla macchina che non sarà frenata se non all’ultima nota dell’ultimo brano in scaletta.
“Shaft OST” è un lavoro prettamente strumentale, con soli 3 brani in cui la mascolina eppur delicata voce di Hayes compare.
Il primo della serie, ed anche della scaletta, non può che essere il tema di tutto il film, “Theme from Shaft”, appunto. Piatti di batteria che comunicano da subito uno stato di tensione, esasperata dall’ingresso della chitarra wah-wah e tenuta invece a bada dai fiati e dagli archi. Si ha un crescendo fino a quando la voce di Isaac Hayes non comincia a declamare le virtù “amatorie e professionali” del private eye di colore. Il tema sarà poi ripreso anche alla fine con la sola parte strumentale, a chiudere il cerchio.
Altro brano con voce è “Do your thing”, funk caratterizzato da una batteria viva e pulsante e fiati che staccano all’improvviso, tenendoci in guardia. Le chitarre effettate sono poi il tocco finale.
Un pezzo che invece poco ha a che vedere con il resto del’album, ma che non risulta fuori posto nemmeno per un attimo è “Soulsville”, canzone in cui il nostro fa una descrizione perfetta e definitiva di cosa vuol dire essere nero e crescere a Memphis negli anni ’70. La Soulsville per eccellenza è città che non lascia scampo a chi ha sogni di rivalsa sociale…”You can never touch the sky/’Cause your roots are in Soulsville”. Da brividi.
I restanti 11 pezzi sono quindi tutti degli strumentali, ognuno con il suo mood. Ognuno con il compito di descrivere un attimo, un’emozione, una sensazione, una paura oppure una voglia di vendetta.
“Shaft’s cab ride” è un pezzo che di sicuro è stato imparato a memoria da tutti quei compositori di “score” per polizieschi televisivi anni ’70 (inutile nominarli, sappiamo tutti quali sono…i polizieschi intendo), così come sono stati memorizzati “Walk from Regio’s” ed “Ellis’s love theme”. Quest’ultimo è un brano sinuoso e sensuale con tanto di xilofono a sottolineare che l’amore produce note squillanti nei cuori degli innamorati. Bello davvero.
“Early Sunday morning” descrive il dolce risveglio mattutino nel giorno dedicato al Signore, ma anche qui, come spessissimo accade quando si parla di soul e dintorni, l’amore sacro e l’amore profano si mescolano, dando origine all’amore onnicomprensivo decantato da quei gospel singers che di fatto sono stati gli iniziatori del soul tutto.
Di tutt’altro tenore la successiva “Be yourself”, dove fiati ritmati spadroneggiano dall’inizio alla fine, imponendosi in un brano che ascoltato di prima mattina può farci credere le persone migliori del mondo, ed anche le più felici.
C’è poi “No name’s bar”, che ingrana decisamente le marce alte e si pone in corsia di sorpasso. Ancora una volta un pezzo dove i fiati predominano sul resto e dettano la direzione. Anche un flauto traverso si insinua furbesco, ma subito gli ottoni “pesanti” tornano prepotenti in evidenza. Di sottofondo, un organo a fare da tappeto per il gran finale appannaggio di un sax solista. Applausi.
Merita infine una segnalazione anche “Bumpy’s blues”, un’incursione in territori più classici, ma non per questo banali. Una punta di jazz poi dà il tocco di classe che in casi come questo non guasta di certo.
Un album, questo Shaft OST, pubblicato nel 1971 e posizionatosi al primo posto delle classifiche sia Pop che R&B della rivista Billboard, fatto mai avvenuto prima per un solista black. Neanche Redding ci riuscì mai. Inoltre, tanto per far capire di cosa parliamo, la colonna sonora è valsa anche un Oscar, 3 Grammy e un Golden Globe Award, per tacere degli altri premi meno conosciuti. E dire che Hayes aveva anche accarezzato l’idea di interpretare Shaft sul grande schermo, non solo su disco. Ci rimase male il nostro quando si vide rifiutare la parte.
Insomma, siamo al cospetto di un album che di sicuro ha segnato la storia di un genere, blaxploitation o altro, fate voi.
I fasti dell’epoca sembrano passati al giorno d’oggi ed Hayes si dedica molto più ad apparizioni cinematografiche e televisive che non alla musica tout court. Sua ad esempio, è la voce del personaggio di “South Park”Chef. Ed in tema culinario è simpatico ricordare che Hayes è proprietario di due ristoranti in cui sovente delizia i clienti sistemandosi al piano. Da citare anche l’impegno nel supportare il diritto dei ragazzi meno abbienti a ricevere un’istruzione adeguata.
Personaggio poliedrico, non c’è che dire. Non potete non innamorarvene.
Così come non potete non innamorarvi di Curtis Mayfield, il più fulgido esponente della scena soul di Chicago. Ricca storia alle spalle, quella di Mayfield prima del suo conclamato capolavoro “Superfly”. Non molto celebrata però, e di questo non se ne capisce la ragione. Probabilmente influisce il fatto di provenire da una città, Chicago, dedita più al blues di stampo classico che ai suoni “ibridi”, come possono esserlo il soul prima ed il funk in seguito. Ma si tratta di pure illazioni.
Reale è invece il peso avuto da Mayfield nella nascita di quel suono da colonna sonora anni ’70 di cui stiamo parlando. Assieme agli Impressions, Mayfield si distinse per uno squisito soul vocale la cui parola d’ordine, secondo il sempre ottimo Eddy Cilìa, è “gioia”. Gioia e speranza. Ma anche attenzione a tutto ciò che sta succedendo nella società americana in vorticosa trasformazione come quella di fine anni ’60. Attenzione moltiplicata per 10 nella colonna sonora da solista di cui stiamo parlando.
Se Shaft si dimostrava un film comunque gradevole, lo stesso non si può dire di Superfly. E’ la storia di Priest, uno spacciatore che medita di ritirarsi dal gioco con sacchi di soldi e una brava donna al suo fianco (cfr. Peter Shapiro, Soul-100 essential CDs). Niente di nuovo sotto il sole quindi. Di prototipica storia blaxploitation si tratta, ma non delle più originali.
Diverso è invece il discorso da fare sulla colonna sonora. Un anno prima, come abbiamo visto, Isaac Hayes ha fatto furore con Shaft, a significare che il mercato era estremamente ricettivo per questo tipo di prodotti. Ma Mayfield non voleva limitarsi ad un album di “score”, di strumentaliche sottolineassero i fatti salienti della pellicola. E così fu. In Superfly infatti, gli strumentali sono solo due, su un totale di 9 brani. E’ questo, a tutti gli effetti, un album personale di Curtis Mayfield. Il migliore, secondo la citica. Una particolarità di non poco conto sta nel fatto che il contenuto dell’album, a livello di testi, venne totalmente ignorato dalla produzione del film, che infatti utilizzò solo la parte musicale. Troppo differenti, quasi antitetici, erano i messaggi. Da una parte il film che quasi eleva ad eroi personaggi squallidi e reietti, dall’altra la sottile ironia di Mayfield che cantandone le gesta fa intendere il ridicolo che si cela dietro personaggi di siffatta maniera.
Musicalmente invece, le divergenze non potevano esserci, visto che assieme a Shaft OST questa colonna sonora rappresenta la fondazione del suono blaxploitation.
Chitarre wah-wah presenti in modo massiccio, fiati pesanti e una certa aria psichedelica che rende meno aleatorio, e quindi più cosciente, l’abbraccio tra soul-funk e certo rock di matrice bianca.
“Little child runnin’ wild” apre l’album. E che inizio. Piatti che risuonano incessanti, chitarre acide, archi che elevano la tensione sempre più in alto. Una sinfonia pop di indubbia presa. E poi c’è la voce. Uno dei più bei falsetti di cui la musica nera si potrà mai fregiare.
A seguire c’è “Pusherman”, ritratto azzeccatissimo del vostro amichevole spacciatore di quartiere:
“I’m your mama, I’m your daddy/I’m that nigger in the alley/I’m your doctor, when you need/Want some coke, have some weed”. Percussioni che sembrano quasi voler parlare e le chitarre inacidite che sono un po’ il marchio di fabbrica di tutta l’opera.
Marchio di fabbrica che si fa evidentissimo in “Freddie’s dead”, dove la sei corde acquista un’aria sinistra come mai sarebbe stato ipotizzabile fino a qualche anno prima in un album di musica dell’anima. Gli archi poi aggiungono tensione a tensione per un risultato che si potrebbe definire “Philly sound sotto LSD”. E visto il tema dell’album, il paragone ci sta tutto.
Il primo dei due strumentali è “Junkie chase”, classico “score” da inseguimento, arricchito da un pianoforte delicato (riporta alla mente addirittura certi motivi massicciamente presenti nei film di Alberto Sordi a firma Piero Umiliani) in estremo contrasto con il wah-wah incessante ed i fiati insistenti, mentre il secondo brano esclusivamente musicale è “Think”, che con il classico della Franklin divide solo il titolo, essendo una delicata e sognante serenata che dà un po’ di tregua dai problemi raccontati o sottintesi nell’intero lavoro.
Umori lounge pervadono “Give me your love (Love song)”, brano dove il falsetto di Mayfield si esprime in tutta la sua bellezza, non risultando mai stucchevole, impresa tutt’altro che semplice.
Con “Eddie you should know better” e la successiva “No thing on me (Cocaine on me)”, le orchestrazioni di archi si fanno preponderanti, ma questo non è un male in mano ad autori che sanno fermarsi un secondo prima che il tutto diventi troppo “zuccherino”, per così dire.
In conclusione dell’album c’è il pezzo che prende il titolo dal film, ovvero “Superfly”, dal ritmo incalzante, supportato dall’ormai riconoscibile chitarra in acido e da fiati puntuti che fanno capolino all’improvviso, danno una sferzata e poi tornano dietro le quinte, pronti a colpire di nuovo all’occorrenza.
L’album si dimostra quindi un riuscitissimo lavoro di “sonorizzazione” di una pellicola di cui si parla ancora al giorno d’oggi più per la colonna sonora che per i suoi meriti artistici. Questo basterebbe a far comprendere la grandezza di Curtis Mayfield, personaggio la cui vita è stata segnata da un’immane tragedia quando nel 1990, durante un concerto a Brooklin, fu travolto dalla caduta di un riflettore che lo rese paralitico dalla testa in giù. Non fu però dimenticato dallo stardom americano che gli dedicò album tributo con presenze quali Eric Clapton e Bruce Springsteen, tanto per dire della considerazione di cui il nostro ha goduto nell’ambiente.
Il giorno dopo il Natale del 1999 Curtis Mayfield moriva, all’età di 57 anni. Fine triste ma forse liberatoria per colui che molti hanno battezzato soul singer numero uno di “Windy City”, Illinois.
Si chiude così il cerchio tra due città, Memphis e Chicago, che nella storia della musica nera (ma non solo della musica, come abbiamo visto all’inizio) hanno rappresentato la fedeltà alle proprie radici e la voglia di libertà che da queste radici non può prescindere.
Affrancarsi dalla schiavitù era certamente il sogno di tutti gli afro-americani del diciannovesimo secolo, ma pochi erano in realtà disposti a rischiare la vita per un’impresa pericolosa e tutt’altro che sicura come la fuga verso la grande foglia d’acero.
Un secolo dopo, la schiavitù è un lontano ricordo. Una memoria con cui però tutti gli afro-americani si trovano a dover fare i conti.
Checchè se ne dica il razzismo è ancora vivo nel profondo dei cuori di molti americani.
E più si viaggia verso sud, nelle terre del cotone, più il ricordo imbarazzante di un periodo storico da dimenticare diviene meno maleodorante, quasi giustificatorio. Siamo nella terra cara al Ku Klux Klan, la terra di “Mississippi Burning” di Alan Parker. Ma siamo anche nella terra culla della musica nera americana. Il blues come forma musicale derivata dai canti degli schiavi nelle piantagioni (le cotton songs), il jazz festaiolo del quartiere francese di New Orleans, il soul rivendicante un orgoglio afro-americano per troppo tempo tenuto nascosto, vittima designata dell’ignoranza più becera.
Con questo tipo di storia si confronta ogni nero americano ed a volte contro questo tipo di storia si esprime.
L’estetica del ghetto controllato da “fratelli”, dei traffici di droga per generare rapido profitto, dello sfruttamento della prostituzione da parte di papponi con Rolex al polso e piuma viola sul cappello d’ordinanza; questa, ma non solo, è un tipo di espressione artistica pop che va sotto il nome di “blaxploitation”. Quando si usa questo termine ci si riferisce quasi totalmente al mondo a 35mm.
Durante gli anni ’70 i cinema delle metropoli americane erano invasi da film in cui il protagonista era spesso un criminale o comunque un personaggio ambiguo. Ma soprattutto era di colore. Era un nero. L’assioma nero=criminale, se non nasce in questo contesto, di sicuro ne esce rafforzato. E’però necessario puntualizzare che molto spesso questi erano prodotti pensati da gente di colore per gente di colore.
Erano quelli anni in cui si iniziava ad intravedere il futuro trend che sarebbe deflagrato appieno negli anni ’80: lo spopolamento del centro cittadino (downtown) a favore della verde e ridente periferia. Interi quartieri sarebbero così stati appannaggio di classi sociali meno abbienti e senza la pretesa di una casa con giardino per il barbecue della domenica. Giovani disperati avrebbero iniziato prima timidamente, poi con crescente spavalderia ed in fine con ferocia a volte inaudita, a controllare interi isolati e poi interi quartieri. La gang stava diventando qualcosa di più di un gruppo di ragazzi cazzuti. Stava diventando un governo ombra. In perenne stato di tensione verso gli altri governi ombra. E pronto a dichiarare guerra.
A leggere queste parole può sembrare di trovarsi nel bel mezzo della scenografia di “1997- Fuga da New York”. Ci troviamo invece catapultati nel set di un film standard dell’epoca “blaxploitation”.
Storie di “fratelli”. Storie di droga e prostituzione. Storie di speranza, di riscatto sociale. E molte volte storie maledettamente trash.
Mi preme però parlare in questo frangente non della filmografia “blaxploitation”(non ne sarei in grado), ma di un paio di colonne sonore che hanno fatto la storia del genere.
E quando parlo di genere non mi riferisco solo alla black music, ma a tutto l’ambito di musiche da film. Potrebbe sembrare azzardato e pretenzioso fare paragoni con i vari Morricone, John Barry, Henry Mancini e compagnia suonante, ma io ci provo. Dopotutto, quando è che una colonna sonora risulta ben riuscita? Quando anche senza vedere nemmeno un fotogramma del film in questione riusciamo, tramite i suoni, a coglierne l’atmosfera. Se poi il film in questione non è nulla di trascendentale, a maggior ragione una colonna sonora azzeccata lo renderà perlomeno più digeribile.
E’ questo il caso di “Shaft OST” di Isaac Hayes e di “Superfly” di Curtis Mayfield. Ovvero film tutt’altro che memorabili accompagnati da colonne sonore tutt’altro che dimenticabili.
Isaac Hayes forse non vi dice molto come nome, ma se avete seguito film e telefilm americani degli anni ’80 potreste riconoscere almeno la sua faccia. E’ apparso in veste di guest star in telefilm come A-Team, Miami Vice, Agenzia Rockford etc., e con un ruolo di rilievo nel già menzionato “1997-Fuga da New York”, dove interpretava la parte del capogang di New York City, il Duca.
Non è però la sua carriera di attore ad avergli dato imperitura fama, bensì quella musicale.
Pianista/tastierista di grande valore, è uno dei personaggi che segnano l’epoca d’oro dell’etichetta soul più famosa, la STAX di Memphis. A volte era lui alle tastiere nei Booker T & the MG’s, come sostituto del tastierista da cui l’house band di casa Stax prende il nome. Compare, ad esempio, anche nelle registrazioni del capolavoro di Otis Redding, Otis Blue, album di cui abbiamo scritto il mese scorso.
Hayes è inoltre un notevole compositore. E’ il 50% della premiata ditta Hayes/Porter, autori, sempre di orbita Stax, dei più famosi pezzi del duo soul per antonomasia Sam & Dave. Loro è “Soul man”, tanto per dire.
In poche parole, come fa giustamente notare Peter Shapiro, Hayes è il personaggio di maggior successo di casa Stax, un riconoscimento non da poco visti i personaggi che giravano negli studi di East McLemore avenue.
Stile a tonnellate, Hayes non deve essere giudicato solo ed unicamente dal suo modo di proporsi, dal suo apparire come il macho di colore ai cui piedi cadono tutte le donne a tiro. C’è sostanza dentro l’involucro, di qualità sopraffina.
Dei suoi lavori solisti, di certo va menzionato “Hot Buttered Soul”, dalle chiare allusioni sessuali sin dal titolo. Album composto da soli 4 pezzi della durata media di 11 minuti. Archi che riescono a non essere mai stucchevoli ma funzionali allo svilupparsi di questi piccoli gioiellini che faranno da base per la costruzione di quel caseggiato che va sotto il nome di “Philly sound” dalle cui strade prenderà vita poi, per filiazione più o meno diretta, tutta la “disco music” degli anni ’70.
Per molti il capolavoro “ufficiale” di Isaac Hayes è questo, mentre quello “ufficioso” è proprio la colonna sonora del film “Shaft”.
La pellicola narra le imprese di un investigatore di colore condite con le classiche sparatorie, le storie d’amore e quant’altro. Insomma, intrattenimento puro senza pretese ma dal buon successo commerciale (qualche anno fa il film è stato omaggiato da un remake con Samuel L. Jackson nelle vesti di Shaft). La colonna sonora invece è un lavoro di tutt’altro livello.
Funk da strada, guerrafondaio in certi frangenti, calmo e rilassato in altri. E poi le chitarre, gli effetti wah-wah (caratteristici anche dell’altro album di cui parleremo tra qualche rigo), gli ottoni che spingono, poi rallentano ed infine esplodono facendo guadagnare sempre maggior velocità alla macchina che non sarà frenata se non all’ultima nota dell’ultimo brano in scaletta.
“Shaft OST” è un lavoro prettamente strumentale, con soli 3 brani in cui la mascolina eppur delicata voce di Hayes compare.
Il primo della serie, ed anche della scaletta, non può che essere il tema di tutto il film, “Theme from Shaft”, appunto. Piatti di batteria che comunicano da subito uno stato di tensione, esasperata dall’ingresso della chitarra wah-wah e tenuta invece a bada dai fiati e dagli archi. Si ha un crescendo fino a quando la voce di Isaac Hayes non comincia a declamare le virtù “amatorie e professionali” del private eye di colore. Il tema sarà poi ripreso anche alla fine con la sola parte strumentale, a chiudere il cerchio.
Altro brano con voce è “Do your thing”, funk caratterizzato da una batteria viva e pulsante e fiati che staccano all’improvviso, tenendoci in guardia. Le chitarre effettate sono poi il tocco finale.
Un pezzo che invece poco ha a che vedere con il resto del’album, ma che non risulta fuori posto nemmeno per un attimo è “Soulsville”, canzone in cui il nostro fa una descrizione perfetta e definitiva di cosa vuol dire essere nero e crescere a Memphis negli anni ’70. La Soulsville per eccellenza è città che non lascia scampo a chi ha sogni di rivalsa sociale…”You can never touch the sky/’Cause your roots are in Soulsville”. Da brividi.
I restanti 11 pezzi sono quindi tutti degli strumentali, ognuno con il suo mood. Ognuno con il compito di descrivere un attimo, un’emozione, una sensazione, una paura oppure una voglia di vendetta.
“Shaft’s cab ride” è un pezzo che di sicuro è stato imparato a memoria da tutti quei compositori di “score” per polizieschi televisivi anni ’70 (inutile nominarli, sappiamo tutti quali sono…i polizieschi intendo), così come sono stati memorizzati “Walk from Regio’s” ed “Ellis’s love theme”. Quest’ultimo è un brano sinuoso e sensuale con tanto di xilofono a sottolineare che l’amore produce note squillanti nei cuori degli innamorati. Bello davvero.
“Early Sunday morning” descrive il dolce risveglio mattutino nel giorno dedicato al Signore, ma anche qui, come spessissimo accade quando si parla di soul e dintorni, l’amore sacro e l’amore profano si mescolano, dando origine all’amore onnicomprensivo decantato da quei gospel singers che di fatto sono stati gli iniziatori del soul tutto.
Di tutt’altro tenore la successiva “Be yourself”, dove fiati ritmati spadroneggiano dall’inizio alla fine, imponendosi in un brano che ascoltato di prima mattina può farci credere le persone migliori del mondo, ed anche le più felici.
C’è poi “No name’s bar”, che ingrana decisamente le marce alte e si pone in corsia di sorpasso. Ancora una volta un pezzo dove i fiati predominano sul resto e dettano la direzione. Anche un flauto traverso si insinua furbesco, ma subito gli ottoni “pesanti” tornano prepotenti in evidenza. Di sottofondo, un organo a fare da tappeto per il gran finale appannaggio di un sax solista. Applausi.
Merita infine una segnalazione anche “Bumpy’s blues”, un’incursione in territori più classici, ma non per questo banali. Una punta di jazz poi dà il tocco di classe che in casi come questo non guasta di certo.
Un album, questo Shaft OST, pubblicato nel 1971 e posizionatosi al primo posto delle classifiche sia Pop che R&B della rivista Billboard, fatto mai avvenuto prima per un solista black. Neanche Redding ci riuscì mai. Inoltre, tanto per far capire di cosa parliamo, la colonna sonora è valsa anche un Oscar, 3 Grammy e un Golden Globe Award, per tacere degli altri premi meno conosciuti. E dire che Hayes aveva anche accarezzato l’idea di interpretare Shaft sul grande schermo, non solo su disco. Ci rimase male il nostro quando si vide rifiutare la parte.
Insomma, siamo al cospetto di un album che di sicuro ha segnato la storia di un genere, blaxploitation o altro, fate voi.
I fasti dell’epoca sembrano passati al giorno d’oggi ed Hayes si dedica molto più ad apparizioni cinematografiche e televisive che non alla musica tout court. Sua ad esempio, è la voce del personaggio di “South Park”Chef. Ed in tema culinario è simpatico ricordare che Hayes è proprietario di due ristoranti in cui sovente delizia i clienti sistemandosi al piano. Da citare anche l’impegno nel supportare il diritto dei ragazzi meno abbienti a ricevere un’istruzione adeguata.
Personaggio poliedrico, non c’è che dire. Non potete non innamorarvene.
Così come non potete non innamorarvi di Curtis Mayfield, il più fulgido esponente della scena soul di Chicago. Ricca storia alle spalle, quella di Mayfield prima del suo conclamato capolavoro “Superfly”. Non molto celebrata però, e di questo non se ne capisce la ragione. Probabilmente influisce il fatto di provenire da una città, Chicago, dedita più al blues di stampo classico che ai suoni “ibridi”, come possono esserlo il soul prima ed il funk in seguito. Ma si tratta di pure illazioni.
Reale è invece il peso avuto da Mayfield nella nascita di quel suono da colonna sonora anni ’70 di cui stiamo parlando. Assieme agli Impressions, Mayfield si distinse per uno squisito soul vocale la cui parola d’ordine, secondo il sempre ottimo Eddy Cilìa, è “gioia”. Gioia e speranza. Ma anche attenzione a tutto ciò che sta succedendo nella società americana in vorticosa trasformazione come quella di fine anni ’60. Attenzione moltiplicata per 10 nella colonna sonora da solista di cui stiamo parlando.
Se Shaft si dimostrava un film comunque gradevole, lo stesso non si può dire di Superfly. E’ la storia di Priest, uno spacciatore che medita di ritirarsi dal gioco con sacchi di soldi e una brava donna al suo fianco (cfr. Peter Shapiro, Soul-100 essential CDs). Niente di nuovo sotto il sole quindi. Di prototipica storia blaxploitation si tratta, ma non delle più originali.
Diverso è invece il discorso da fare sulla colonna sonora. Un anno prima, come abbiamo visto, Isaac Hayes ha fatto furore con Shaft, a significare che il mercato era estremamente ricettivo per questo tipo di prodotti. Ma Mayfield non voleva limitarsi ad un album di “score”, di strumentaliche sottolineassero i fatti salienti della pellicola. E così fu. In Superfly infatti, gli strumentali sono solo due, su un totale di 9 brani. E’ questo, a tutti gli effetti, un album personale di Curtis Mayfield. Il migliore, secondo la citica. Una particolarità di non poco conto sta nel fatto che il contenuto dell’album, a livello di testi, venne totalmente ignorato dalla produzione del film, che infatti utilizzò solo la parte musicale. Troppo differenti, quasi antitetici, erano i messaggi. Da una parte il film che quasi eleva ad eroi personaggi squallidi e reietti, dall’altra la sottile ironia di Mayfield che cantandone le gesta fa intendere il ridicolo che si cela dietro personaggi di siffatta maniera.
Musicalmente invece, le divergenze non potevano esserci, visto che assieme a Shaft OST questa colonna sonora rappresenta la fondazione del suono blaxploitation.
Chitarre wah-wah presenti in modo massiccio, fiati pesanti e una certa aria psichedelica che rende meno aleatorio, e quindi più cosciente, l’abbraccio tra soul-funk e certo rock di matrice bianca.
“Little child runnin’ wild” apre l’album. E che inizio. Piatti che risuonano incessanti, chitarre acide, archi che elevano la tensione sempre più in alto. Una sinfonia pop di indubbia presa. E poi c’è la voce. Uno dei più bei falsetti di cui la musica nera si potrà mai fregiare.
A seguire c’è “Pusherman”, ritratto azzeccatissimo del vostro amichevole spacciatore di quartiere:
“I’m your mama, I’m your daddy/I’m that nigger in the alley/I’m your doctor, when you need/Want some coke, have some weed”. Percussioni che sembrano quasi voler parlare e le chitarre inacidite che sono un po’ il marchio di fabbrica di tutta l’opera.
Marchio di fabbrica che si fa evidentissimo in “Freddie’s dead”, dove la sei corde acquista un’aria sinistra come mai sarebbe stato ipotizzabile fino a qualche anno prima in un album di musica dell’anima. Gli archi poi aggiungono tensione a tensione per un risultato che si potrebbe definire “Philly sound sotto LSD”. E visto il tema dell’album, il paragone ci sta tutto.
Il primo dei due strumentali è “Junkie chase”, classico “score” da inseguimento, arricchito da un pianoforte delicato (riporta alla mente addirittura certi motivi massicciamente presenti nei film di Alberto Sordi a firma Piero Umiliani) in estremo contrasto con il wah-wah incessante ed i fiati insistenti, mentre il secondo brano esclusivamente musicale è “Think”, che con il classico della Franklin divide solo il titolo, essendo una delicata e sognante serenata che dà un po’ di tregua dai problemi raccontati o sottintesi nell’intero lavoro.
Umori lounge pervadono “Give me your love (Love song)”, brano dove il falsetto di Mayfield si esprime in tutta la sua bellezza, non risultando mai stucchevole, impresa tutt’altro che semplice.
Con “Eddie you should know better” e la successiva “No thing on me (Cocaine on me)”, le orchestrazioni di archi si fanno preponderanti, ma questo non è un male in mano ad autori che sanno fermarsi un secondo prima che il tutto diventi troppo “zuccherino”, per così dire.
In conclusione dell’album c’è il pezzo che prende il titolo dal film, ovvero “Superfly”, dal ritmo incalzante, supportato dall’ormai riconoscibile chitarra in acido e da fiati puntuti che fanno capolino all’improvviso, danno una sferzata e poi tornano dietro le quinte, pronti a colpire di nuovo all’occorrenza.
L’album si dimostra quindi un riuscitissimo lavoro di “sonorizzazione” di una pellicola di cui si parla ancora al giorno d’oggi più per la colonna sonora che per i suoi meriti artistici. Questo basterebbe a far comprendere la grandezza di Curtis Mayfield, personaggio la cui vita è stata segnata da un’immane tragedia quando nel 1990, durante un concerto a Brooklin, fu travolto dalla caduta di un riflettore che lo rese paralitico dalla testa in giù. Non fu però dimenticato dallo stardom americano che gli dedicò album tributo con presenze quali Eric Clapton e Bruce Springsteen, tanto per dire della considerazione di cui il nostro ha goduto nell’ambiente.
Il giorno dopo il Natale del 1999 Curtis Mayfield moriva, all’età di 57 anni. Fine triste ma forse liberatoria per colui che molti hanno battezzato soul singer numero uno di “Windy City”, Illinois.
Si chiude così il cerchio tra due città, Memphis e Chicago, che nella storia della musica nera (ma non solo della musica, come abbiamo visto all’inizio) hanno rappresentato la fedeltà alle proprie radici e la voglia di libertà che da queste radici non può prescindere.


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