domenica 23 gennaio 2011

RENDIAMO OMAGGIO

Un fugace sguardo all’affascinante, bizzarro mondo dei dischi tributo in ambito pop/rock

Un paio di giorni fa, mentre frugavo nelle viscere di quell’essere informe, protoplasmatico, labirintico e ormai dotato di vita propria che chiamo con confidenza la mia collezione di dischi in cerca di qualcosa da ascoltare, mi sono reso conto di come nei meandri della suddetta bestia negli ultimi anni si siano moltiplicati a ritmo vertiginoso opere appartenenti all’ambigua e sfuggente categoria dei cosiddetti “dischi tributo”.
 

Intendiamoci, il fenomeno della “cover”, del pezzo altrui re-interpretato, è vecchio quanto la musica rock stessa e nel corso degli anni ha assunto le forme più impreviste e bizzarre, basti pensare all’ “italianizzazione” dei pezzi stranieri tanto in voga negli anni sessanta, dalle rivisitazione spesso pacchiana, per non dire aberrante, della musica classica fatti da certi gruppi progressive o alle cover di pezzi rock degli anni 50 fatta dai gruppi punk alla fine degli anni 70, quest’ultime con lo scopo direcuperare e attualizzare lo spirito originario del Rock and Roll.

Fatte queste doverose premesse, occorre dire che il fenomeno dei dischi tributo, ossia quei dischi in cui artisti diversi tra loro rifanno la musica di un determinato gruppo o autore, è letteralmente esploso negli ultimi dieci anni, principalmente a seguito del successo della compilation “Stone Free”, in cui artisti, spesso diversissimi tra loro, reinterpretavano le canzoni di Jimi Hendrix.

Il disco in questione ebbe un ottimo successo, nonostante i risultanti un po’ altalenanti delle varie esecuzioni: infatti, il cast di artisti che hanno partecipato all’opera in questione è veramente eterogeneo e di fronte ad esecuzioni sentite ed originali, ve ne sono altre decisamente mediocri o meno riuscite.

Purtroppo questo “effetto minestrone” è un po’ una caratteristica deidischi tributo, e fanno si che questo genere di prodotti sia un po’ la croce e delizia degli appassionati di musica.

Infatti, da un lato incuriosisce parecchio l’idea di sentire i pezzi di un gruppo da noi amato rifatti in chiave diversa da altri artisti, o viceversa sentire artisti che amiamo cimentarsi con pezzi altrui, dall’altro il risultato finale quasi mai si rivela all’altezza delle aspettative del fans.

Negli ultimi anni abbiamo visto realizzati tributi fatti praticamente a chiunque e da chiunque, con cast di superstar come di perfetti sconosciuti, prodotti da grandi etichette o da piccoli indipendenti.

Quello che interessa fare in questa sede non è un elenco di tali dischi, che risulterebbe per forza di cose incompleto e probabilmente piuttosto palloso, quanto piuttosto esporre un po’ di considerazioni personali sul fenomeno e magarisegnalare aspetti curiosi, divertenti e, perché no, meritevoli di essere presi in considerazione, di quello che ormai è un vero e proprio sottogenere.

Ovviamente, non c’è una formula per azzeccare il tributo ideale. Di norma, vengono chiamati a rendere omaggio artisti che professano la loro stima nei confronti dell’omaggiato, o che ne sono stati in qualche modo influenzati o che magari vi hanno collaborato. Questo dovrebbe essere garanzia in qualche modo di interpretazioni fedeli e di qualità, ma purtroppo i tributi di questo tipo, che sono poi la maggior parte, si ritrovano ad essere una raccolta di sbiadite fotocopie degli originali e lasciano spesso l’amaro in bocca.

Per esempio, esistono in circolazione almeno 4/5 tributi dedicati ai Clash o ai Ramones in cui artisti di area punk rifanno le canzoni di questi mitici gruppi. In tutti dopo qualche pezzo sopravviene la noia e si rimpiangono i pezzi originali, anche quando tra il cast è composto principalmente da nomi famosi, come ad esempio nel tributo ai Ramones “We are an Happy Family” in cui a mio parere le uniche interpretazione veramente interessanti e originali sono quelle dei Red Hot Chili Pepper e Tom Waits, non a caso alle prese con due brani per certi versi “minori” e quindi maggiormente personalizzabili (Havana Affair e The Return of Jackie and Judy). In definitiva,dei tributi dedicati a questi due gruppi gli unici che ho ascoltato con un certo interesse sono, per i Clash “This is rockabilly Clash” , il cui titolo dice già tutto, mentre per i Ramones merita un ascolto “Ramones Songbook as Played by Nutley Brass”, nel quale la musica del gruppo è rivisitata in chiave strumentale easy-listening, quasi fosse musica da sala d’aspetto di un aeroporto o di un medico!

Almeno il risultato è divertente.

Insomma, con il passare degli anni mi sono quindi reso conto che spesso i tributi più interessanti sono quelli che rileggono la musica di determinati artisti sotto un ottica particolare, rivelandocene magari aspetti di cui non c’eravamo mai resi conto.

Ovviamente queste sono generalizzazioni, vi sono ottimi tributi anche di stampo tradizionale (qualche nome a caso: This Is Where I Belong: The Songs of Ray Davies and the Kinks, oppureI Only Wrote This Song for You: A Tribute to Johnny Thunders) ma in generale l’idea alla base del tutto è veramente determinate, e il contrasto spesso genera interessanti risultati.

Per spiegare meglio questo concetto ecco una piccola analisi dei più particolari, originali e, secondo la mia opinione,riusciti tributi che sono riuscito a scovare:

IL PIU’ IMPROBABILE

Personalmente, non avrei mai pensato che Bob Dylan e Bob Marley potessero avere qualcos’altro in comune, oltre al nome. Evidentemente, deve averlo invece pensato chi ha assemblato questo particolarissimo tributo. Ecco quindi“Is It Rolling Bob? A Reggae Tribute to Bob Dylan” il cui titolo dice già tutto.

Premetto che, personalmente, non sono un fan sfegatato nè di Dylan nè della musica reggae, eppure devo ammettere che il risultato finale funziona alla grande.

Le canzoni di Dylan assumono sfumature inedite, solari,si adattano incredibilmente bene ai ritmi in levare tipici del reggae senza scadere nel ridicolo (rischio sempre presente in operazioni di questo genere), merito anche di una produzione equilibrata e di un cast che sfodera alcuni dei più bei nomi della musica giamaicana contemporanea.

IL LATO OSCURO DEL TRIBUTO

A volte non è l’artista in sé a venire omaggiato, ma un disco in particolare. Vi sono numerosi esempi di ciò, ma il disco che ha ricevuto gli omaggi più curiosi è probabilmente il classico “The dark side of the moon” dei Pink Floyd.

Recentemente è stato oggetto di una rilettura sotto un ottica giamaicana (ancora!) e precisamente è stato rivisitato dalla prima all’ultima canzone in chiave “dub”, ecco quindi “Dub Side of the Moon”

Il risultato finale, anche in questo caso, funziona meglio di quanto sarebbe lecito aspettarsi, le atmosfere sognanti e psichedeliche dell’opera originale ben si prestano ad essere riadattate secondo un ampia varietà di stili e sotto-generi di questo particolare tipo di musica (dal roots al dancehall alla jungle) risultando fresco e interessante.

Devo però ammettere che esiste una rilettura di questo classico dei Pink Floyd che mi piace ancora di più: Signore & Signori, ecco a voi: the “Not-So-Bright Side of the Moon”

Il disco in questione è opera degli “Squirrels”, gruppo di culto (ossia poco conosciuto ma molto amato dai pochi che lo conoscono) americano che riesce a sviscerare il disco dei Pink Floyd negli aspetti più reconditi e divertenti, riuscendo a produrre un opera che è allo stesso tempo un affettuoso omaggio e una sfrenata parodia, pur risultando gradevolissima all’ascolto (e quindi non un semplice pezzo di “cabaret musicale” o “noveltry”, come in America vengono definite le opere di questo genere): ecco così che “Money” diventa pian piano un pezzo soul,“Brain Damage” diventa un incrocio tra uno scatenato blugrass e un pezzo disco anni 70 con tanto di coretti alla Bee Gees, lo struggente cantato femminile di “Great Gig in the Sky” si trasforma in uno struggente….latrato canino per poi citare “The torture never stop” di Frank Zappa e così via!

E a proposito di bluegrass, forse per l’atmosfera allegra e festaiola che riesce a trasmettere, ma negli ultimi anni i tributi basati su questo particolare tipo di Country veloce a base di banjosi stanno moltiplicando come funghi e un po’ tutti gruppi più famosi – dai Metallica ai R.E.M. passando per gli stessi Pink Floyd si sono visti tributare omaggi di questo tipo.

Da citare in questo campo almeno la tribute band “Hayseed Dixie” (occhio alla pronuncia del nome…)diventati un piccolo culto inizialmente per le loro cover degli AC/DC eper i loro live show divertenti e scatenati, hanno già pubblicato 3 album i primi due dedicati rispettivamente agli AC/DC e ai Kiss e il 3 ad autori vari.

Ma dopo questa piccola country-divagazione, è arrivato il momento di passare al piatto forte di questo articolo, ovvero….



IL PIU’ INCREDIBILE

Infatti la palma per il tributo più strano ed originale spetta probabilmente a “Starways to Heaven”, prodotto in Australia , pubblicato dall’Atlantic una decina d’anni fa e composto da 22 versioni…dello stesso pezzo, ovvero (come si può intuire dal titolo) la celeberrima “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin.

Nell’arco di quasi un’ora e un quarto la canzone viene proposta in tutte le versioni possibili ed immaginabile ed con un sacco di stili diversi, dal rock tradizionale al blues, dalla new wave ai ritmi caraibici, viene cantata con toni da crooner e declamata come fosse un poema

Il pizzico di genio è poi fare interpretare la canzone in questione, tra gli altri, da varie tribute band, ma NON dei Led Zeppelin.

Ecco così “Starway to Heaven” come avrebbe potuto farla Elvis, o i Doors; vi sono addirittura ben 2 cover band dei Beatles, che rifanno il pezzo alla maniera dei primi Beatles e poi degli ultimi.

22 pezzi sono davvero tanti e non tutti gli episodi sono perfettamente a fuoco, comunque se conoscete“Starway to Heaven” (e chi non la conosce tra gli appassionati di rock?)questo tributo merita l’ascolto: se amate l’originale vi godrete il sincero omaggio che le viene tributato, ma anche se siete tra coloro che non lasopportano, o se semplicemente non vi dice più di tanto, sono certo che apprezzerete il modo in cui certe versione riescono a fare emergere gli aspetti più ironici, bizzarri e inusuali di questo pezzo.

Concludendo, forse per i dischi tributo sarebbe più corretto parlare di sottogenerepiù che di genere vero e proprio, visto che un tributo per essere fruito appieno comporta la conoscenza dell’originale e che solitamente le versioni originali rimagono le migliori.

In certi casi però anche il tributo può riservare piacevoli sorprese, può essere fatto con notevole fantasia e creatività, farci vedere canzoni o artisti che pensavamo di conoscere perfettamente sotto una luce nuova o rivelarsi semplicemente un atto di amore sincero verso l’omaggiato, il che non è poco.

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