domenica 23 gennaio 2011

Ritratto di JONI MITCHELL

Joni Mitchell, la famosa cantautrice canadese, è uno dei personaggi più importanti della scena musicale americana a partire dagli anni ’60 del secolo scorso; la sua musica e il suo stile hanno influenzato più di una generazione di cantautrici passate e presenti, che si sono ispirate ed hanno attinto a piene mani ai modelli, alle soluzioni strumentali da lei creati ed in generale allo stile che le è proprio e che la caratterizza come una delle prime e forse più grandi artiste nel suo genere; infatti Joni Mitchell appartiene a quella generazione di artisti folk e rock, della quale fanno parte nomi come Neil Young e Bob Dylan, ed è stata la prima donna ad imporsi e ad emergere in quell’ambiente prettamente maschilista, dando vita ad una musica eccezionale ed unica; quindi, data la vastità e la complessità del personaggio, è piuttosto difficile delineare in poche righe un ritratto completo dell’artista, ed è ancora più difficile farlo in modo oggettivo e realista; comunque, con molta umiltà, cercherò di tracciare un’analisi generale della carriera di Joni Mitchell, magari soffermandomi sui dischi cheritengo più significativi.

La carriera di Joni Mitchell può essere considerata divisa in due parti; nella prima parte, dall’esordio del 1968 alla fine degli anni ’70, la sua musica ha una accezione puramente folk, molto acustica, mentre a partire dal 1979 vengono prodotti album più sperimentali, spaziando anche in altri generi musicali come il jazz o il rock, non sempre con il favore di pubblico e critica.

Il primo disco di Joni Mitchell, Song to a seagull (intitolato però Joni Mitchell nell’edizione originale) risale al 1968 ed è sicuramente uno dei migliori della sua carriera; ci sono canzoni che parlano di tradimento e di violenza, di morte e di libertà, e tutti questi aspetti sono rappresentati dalla città, simbolo proprio di violenza e illusione, e dal mare, che invece evoca libertà; il disco è di schietta natura acustica, con canzoni memorabili come Marcie, Cactus tree, I had a king e Sisotowbell Lane, un disco in cui Joni si esibisce anche come ottima musicista suonando diversi srumenti, come il pianoforte e le chitarre; dopo Clouds, disco che mi è abbastanza indifferente, e soprattutto Ladies of the canyon, che invece reputo davvero interessante e godibile, si arriva al primo capolavoro di Joni Mitchell, Blue, datato 1971; questo disco vede la collaborazione di personaggi importanti come James Taylor e Stephen Stills; il risultato è ovviamente al di sopra delle righe, con Joni sempre protagonista come musicista e cantante; da rilevare, tra le canzoni del disco, California, A case of you, Blue, All I want e River (una canzone in stile Natalizio, secondo me un po’ fuori luogo).

Il successivo For the roses (1972) rappresenta forse l’inizio di quel periodo di transizione da un tipo di musica prettamente folk, a base quasi esclusivamente acustica, ad una musica più sperimentale, più innovativa, dove Joni abbraccia generi come il jazz o il rock; infatti, da For the roses passando per The hissing of summer lawns e soprattutto Court and spark e Hejira (altri grandi dischi), la carriera di Joni subisce una vera e propria involuzione, alla ricerca di qualcosa di diverso, di una maggiore pienezza e varietà compositiva e musicale; se per esempio si ascoltano canzoni come Free man in Paris (tratta da Court and spark) si osserva subito una maggiore complessità stilistica ripetto a canzoni come Marcie, risalenti alle origini; questo periodo di passaggio vede il suo culmine nel 1979, con la pubblicazione di Mingus; questo disco è il frutto della collaborazione con Charles Mingus, dalla quale sono scaturite canzoni notevoli come God must be a boogie man e Goodbye pork pie hat; personalmente non ritengo questo disco molto valido, in quanto rappresenta un eccessivo distacco dalla purezza folk che caratterizzava i primi lavori, e anche una parte della critica internazionale nutre dubbi sul valore di Mingus; comunque, la sua importanza è da ricercare soprattutto nell’influenza che esso ha avuto nel panorama musicale di allora; con Mingus, infatti, la Mitchell ha aperto la strada a vari tipi di esperimenti o sperimentazioni nell’ambito del folk o del rock, e molti altri artisti di allora e anche di oggi traggono ispirazione proprio da quei modelli; non è un caso, infatti, che Rickie Lee Jones, altra artista molto sperimentale ma di schiette origini folk, abbia pubblicato il suo primo disco proprio nel 1979.

Gli anni ’80 sono anni oscuri per Joni Mitchell; si comincia ad avvertire una certa stanchezza nei suoni, nelle melodie e negli arrangiamenti,e gli album prodotti in questo decennio, da Wild things run fast a Dog eat dog, sono passati inosservati dalla maggior parte della critica musicale e hanno trovato anche minor riscontro di pubblico; la vena acustica che caratterizzava i dischi precedenti viene abbandonata per avvicinarsi più all’elettronica, ad un sound più artificiale e meno genuino, sebbene la grandezza di Joni come autrice non viene messa in discussione; Joni attraversa un periodo di crisi artistica e personale, e di questo ci si rende conto leggendo i testi delle canzoni scritte in questo decennio, cheparlano di rabbia, nostalgia e rimpianto, sentimenti che riflettono perfettamente il suo stato d’animo.

Il ritorno di Joni Mitchell avviene nel 1991 con la pubblicazione di Night ride home, forse il suo ultimo grande disco; c’è adesso un ritorno alle radici acustiche, alla genuinità e alla raffinatezza di certe soluzioni strumentali a cui eravamo abituati ascoltando dischi come Hejira o Blue; c’è ovviamente una maggiore complessità dei suoni, negli arrangiamenti e nella strumentazione, grazie anche alla collaborazione di personaggi di spicco come Wayne Shorter, Vinnie Colaiuta e Larry Klein; Night ride home ha qualcosa di misterioso, di sfuggente, di elegante e di meravigliosamente puro; io lo ritengo personalmente il migliore disco di Joni Mitchell degli ultimi tempi, contiene canzoni davvero straordinarie, prima fra tutte Come in from the cold, una bella ballata acustica abase di chitarre.

Dopo il 1991, Joni Mitchell pubblica altri dischi, tra cui il discreto Turbulent indigo nel 1994 e diverse raccolte negli anni successivi, ma l’inspirazione e la freschezza che caratterizzavano gli esordi fino a Night ride home sembrano svanire; anche l’ultimo disco di inediti intitolato Taming the tiger e datato 1998, non sembra aver aggiunto nulla alla pluridecorata carriera della Mitchell; per motivi contrattuali con la sua etichetta discografica e forse anche per scarsa motivazione, Joni, alcuni anni fa, ha deciso di ritirarsi dalle scene; il motivo scatenante di questa scelta è probabilmente il suo rifiuto di adattarsi alle nuove regole imposte dalle grandi case discografiche per le quali l’importante è vendere e fare soldi, a prescindere dalla qualità della musica; una come Joni Mitchell, abituata a mettere anima e corpo per realizzare musica pura, bella e genuina, ovviamente a queste regole non ci sta.

I sempre numerosi fan di Joni Mitchell sono ancora in attesa di nuovi album e, magari, di altri concerti, specie per chi, come me, non ha mai avuto la possibilità di vederla esibirsi dal vivo; speriamo che la signora del canyon, come ricorda il titolo di un suo vecchio disco, torni presto a farsi sentire…

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