Scrivere di Sam Cooke in modo minimamente esauriente è un’impresa da far tremare i polsi a gente molto più professionale, e professionista, di me (che scrivo da semplice appassionato…metto le mani avanti). Si tratta, tanto per intenderci, di scrivere di colui al quale si può far risalire, per filiazione diretta o meno, la nascita della moderna black music così come la conosciamo oggi.
Trascurare la figura di Sam Cooke in ambito musicale sarebbe come ignorare Albert Einstein parlando di fisica o Jack Kirby parlando di fumetti. Non si può. Non si deve. Va da sé quindi che l’improbo compito andrebbe svolto da gente come Greil Marcus piuttosto che Peter Guralnick (il quale comunque ha già dato).
Mi piacerebbe però mettere in luce almeno un po’ un personaggio di cui, colpevolmente, in Italia non si è mai parlato con la giusta enfasi e dandogli il giusto risalto. Inoltre la sede che ospita questo scritto potrebbe sembrare antitetica (nel senso che quando si parla di musica il metallo pesante spadroneggia incontrastato; non che sia un male, intendiamoci) al tipo di musica di cui qui si scrive, ma è proprio questo che mi invoglia a parlare di un personaggio che sono certo potrà risvegliare l’interesse di appassionati di qualunque genere musicale. Dopotutto, la musica si è sempre divisa in buona e cattiva. Oppure no?
Dire che Sam Cooke proviene dal gospel è cosa scontata per chi abbia un minimo di conoscenza dei meccanismi alla base della black music degli anni ’40 e ’50. E’ infatti dalla musica di dio che provengono, se non tutti, sicuramente la maggior parte dei personaggi storici della musica soul (definizione onnicomprensiva in cui si fa rientrare, per comodità, praticamente tutta la musica nera pre hip-hop; ma il discorso andrebbe affrontato in un pezzo scritto appositamente) [...che speriamo di leggere presto!!! ndOF]. Il percorso è più o meno sempre lo stesso. Ancora bambini, ma dotati di una voce che già fa parlare di sé, i futuri divi della musica “secolare” cominciano a cantare nel coro della parrocchia o nel gruppo gospel della città. Essere poi figli di un reverendo, e Sam Cooke lo era (vale lo stesso discorso per Aretha Franklin), aiutava non poco a costruirsi un nome all’interno del circuito gospel. Certo è che la sostanza ci dev’essere. In pochi stili musicali è difficile dissimulare la mancanza di talento come nel gospel. Troppa la tecnica e la bravura richieste. Troppa l’anima da mettere a nudo di fronte ai fedeli.
Il percorso di Sam Cooke non si discosta quindi da questo canovaccio.
Nato nel Mississippi nel 1931 e trasferitosi quasi subito con la famiglia in quel di Chicago a bordo di un bus Greyhound (compagnia che assieme alle ferrovie ha contribuito a rendere gli USA un paese unito), Sam Cooke comincia a cantare in chiesa con i numerosi fratelli e sorelle; essere figli di un reverendo comportava la frequentazione assidua della chiesa ogni domenica, sia per assistere ai sermoni, sia per partecipare attivamente alla cerimonia col canto. Si intravedevano già le potenzialità del fanciullo, che infatti entrò, appena quindicenne, negli Highway QC’s, gruppo gospel composto da teen-ager, piuttosto conosciuto a Chicago e dintorni ma che non disdegnava puntatine anche negli stati confinanti per esibizioni dal vivo. All’età di 19 anni, poi, un fatto che avrebbe cambiato per sempre la vita di Sam Cook (che all’epoca non aveva ancora aggiunto una "e" al suo cognome): l’”arruolamento” nelle fila dei Soul Stirrers, forse il più conosciuto gruppo gospel della nazione, a cui gli Highway QC’s fungevano sovente da spalla nei concerti. Il difficile compito era quello di rimpiazzare il solista del gruppo, R.H. Harris; che, per chi non conosce l’ambiente della musica sacra afroamericana, sarebbe come dire Mario Rossi al posto di Mick Jagger nei Rolling Stones, mi si perdoni il paragone. Inaspettatamente, invece, il manager dei Soul Stirrers, Roy Crane, aveva visto giusto, dando fiducia ad un ragazzino che nei 6 anni trascorsi con gli Stirrers detterà gli standard a cui, di proposito o inconsapevolmente, molta se non tutta la musica gospel si rifarà. “Jesus gave me water” è ancora per poco un pezzo degli Highway QC’s, dato che con Sam Cooke nelle proprie fila i Soul Stirrers lo renderanno un loro cavallo di battaglia, brano tra i più apprezzati dai fedeli che in massa accorrevano ogni qual volta il gruppo si esibiva. Già il fatto che un brano di Sam Cooke, e non di R.H.Harris, fosse divenuto il simbolo dei “nuovi” Soul Stirrers, fa capire con quali intenzioni il ragazzo si fosse imbarcato in questa avventura.
In un’intervista, infatti, Cooke ammise la propria sconfinata ammirazione per un innovatore del calibro di R.H.Harris, ma al tempo stesso affermò con decisione di essere Sam Cooke, non un emulo di altri cantanti.
Il pubblico gospel, categoria piuttosto legata alle tradizioni, accolse la sostituzione di Harris nei Soul Stirrers con iniziale e comprensibile diffidenza, salvo poi donarsi totalmente al ragazzo dal bel viso e dai modi gentili.
Un tipo di classe Sam Cooke lo era per davvero. Eccellente studente, avido lettore di libri sui più svariati argomenti, sorriso che impiegava pochissimo a mandare in estasi mamme e figlie sedute ad assistere ai concerti. Era davvero difficile resistere ad un personaggio del genere, ed infatti nessuno lo fece.
I Soul Stirrers,con Cooke che diventava giorno dopo giorno sempre più importante negli equilibri interni, consolidarono la loro popolarità, confermandosi come gruppo gospel più famoso della nazione.
I tour si susseguivano frenetici e la personalità di Cooke veniva fuori sempre più magnetica, concerto dopo concerto. Le chiese esplodevano all’annuncio dei Soul Stirrers sul palco e le ragazze urlavano e fremevano come succedeva solo per Elvis Presley. Sam Cooke era riuscito a far riavvicinare frotte di ragazzine urlanti alla musica sacra; e tutte le chiese che ospitavano i suoi concerti erano ben felici di annunciarlo sui cartelloni per le comunicazioni ai fedeli.
Tutto questo successo fece ben presto capire a Cooke di avere doti fuori dal comune e che forse valeva la pena tentare l’avventura della musica secolare. Passare però dalla musica di Dio a quella di Satana è un passo da fare solo se ne si è fermamente convinti e si sa che non si avranno ripensamenti in futuro. Si trattava quindi di lasciare la via vecchia per la nuova, con l’aggravante di non poter poi contare su un ambiente pronto a riaccogliere un fratello che si è fatto tentare. Nel leggere queste parole a molti sembrerà trattarsi di esagerazioni. Invece le cose stavano proprio così. Negli ambienti più conservatori del gospel, la musica doveva servire unicamente a cantare di Dio e per Dio. Dedicare canzoni all’amore profano era considerato peccato. Dedicarsi alla musica “commerciale” era quindi visto come un tradimento profondo della comunità gospel. Fortunatamente però, non era così per tutti. Il reverendo Charles Cook, padre di Sam, seppur non felice della scelta, non si opporrà al volere del figlio, rendendo così un grande servizio alla musica “pop”.
Ha quindi inizio una carriera fatta solo di successi per quello che molti a ragione considerano uno degli artefici principali del soul tutto. Considerare però la carriera “secolare” di Cooke unicamente in chiave soul sarebbe fuorviante. Lui voleva rivolgersi a tutti, bianchi e neri indistintamente. Ed infatti i suoi primi successi come “You send me” e “Lovable” sono tutto fuorché brani soul in senso stretto. Sono ballate confidenziali, adatte a gente abituata ai Sinatra e crooner vari. Quello che però fa guadagnare importanza storica a questi brani è l’interpretazione di Sam Cooke: i suoi vocalizzi, i suoi “uoo-oo-oo-o”, il sex appeal che emanava ogni singola parola declamata. La musica dell’anima nasce quindi come un fatto interpretativo prima che musicale. Infatti una codificazione puntuale del genere musicale risulta ardua, mentre inquadrare un cantante che canta “con l’anima” viene più naturale. Lo si individua a pelle. Sicuramente Sam era uno che cantava l’anima come pochi. Però non alle sole ballate si dedicò il nostro, nonostante siano stati questi i brani a dargli i primi successi. “Just for you”, anche se squisita canzone d’amore, nasconde in sè un omaggio, nemmeno tanto celato a dire il vero, al gospel a cui Cooke resterà legato per tutta la sua breve vita. Il coro (ottenuto dalla sovrapposizione delle incisioni dello stesso Cooke) presente nel brano ne è testimonianza.
Che dire poi di un brano come “Everybody loves to cha cha cha”, dai ritmi latini e un ritornello che è impossibile non cantare? E’ la storia di una ragazza che non sa ballare il cha cha cha mentre la moda imperversa in tutta America. Il suo ragazzo si offre allora di darle lezioni, rendendola così una ballerina migliore di lui. Questo è un brano che presenta in sé due caratteristiche importantissime di Sam Cooke. Una è quella riguardante il suo modo di scrivere canzoni. Spesso i brani di Cooke erano estremamente descrittivi, raccontavano storie che, anche se semplici o addirittura banali, si facevano comunque ascoltare con piacere, non risultando quasi mai noiose. La seconda caratteristica che viene fuori è la perfetta dizione di cui il cantante è dotato. Era uno dei punti fissi di tutta l’opera di Sam Cooke. Non si stancava di ripetere mai, né agli intervistatori né ai suoi protetti, che se si vuole raggiungere il maggior numero di persone possibile con le proprie canzoni bisogna essere sempre comprensibili, sia per quanto riguarda ciò che si scrive, sia per come lo si dice.
A volte, sfortunatamente, alla semplicità del testo e del cantato corrispondeva un’eccessiva orchestrazione dei pezzi. Archi che sovente si fanno ridondanti fino a sommergere l’interpretazione del nostro, rendendo i brani adatti a performance in club frequentati da un pubblico bianco di classe media. Ed infatti Sam Cooke fu scritturato per uno spettacolo al Copacabana di New York City, dove però fallì. “Non ero pronto ed ho fatto un tonfo (‘I bombed’ in originale ndr)”, così disse Sam in un programma televisivo. Evidentemente non era stato se stesso. Ben diverso il secondo concerto che tenne al Copacabana nel luglio del 1964, dove però il repertorio era ancora diretto, per forza di cose, ad un pubblico bianco che voleva ascoltare artisti sulla falsariga di Sinatra, Belafonte, Nat King Cole.
Il Live at the Harlem square club del 1963 invece, registrato in un club frequentato esclusivamente da un pubblico di colore, è “fratello in spirito del Live at the Apollo di James Brown” (cfr. Eddy Cilìa, SOUL, RITHM ‘N’BLUES, Giunti 2004). Tanto basta a farcelo preferire.
Dicevamo delle caratteristiche di Cooke come autore: semplicità nella scrittura e dizione perfetta (provate ad ascoltare un suo brano attentamente; anche se la vostra conoscenza della lingua di Shakespeare è elementare, riuscirete comunque a capire buona parte del testo). A queste va aggiunta la capacità di riuscire a scrivere un pezzo in qualunque momento. Se l’ispirazione arrivava, Sam Cooke era pronto ad assecondarla. Un giorno, in macchina con i suoi fratelli negli stati del sud degli USA, vide sul ciglio della strada un gruppo di carcerati che lavorava, incatenati tra loro, sorvegliati da guardie. I galeotti chiesero a Cooke e compagni delle sigarette che gli furono date senza problemi. Una volta risaliti in macchina, Sam cominciò a canticchiare un motivo che prendeva il là dal suono dei picconi usati dai carcerati durante il loro lavoro sulla strada. “Uh-Ah…That’s the sound of the men / Working on the chain gang”. E’ questa la genesi, semplice eppure con i segni della leggenda, di “Chain gang”, un brano che è canzone d’amore tra le meno scontate.
Da buon interprete, poi, Cooke interpretava volentieri brani altrui, tra cui una sognante versione, invero anche leggermente inquietante, di “Summertime” di gershwiniana memoria ed il classico blues “Little red rooster”, contenuto nell’album tributo al blues classico “Night beat”.
Che dire, inoltre, di brani quali “(What a) Wonderful world”, “Twistin’ the night away” e “Shake”, se non che trattasi di canzoni tra le più memorabili, e più ‘coverizzate’, scritte da Cooke nella sua breve, seppur intensa, carriera secolare?
Come se questi pezzi non bastassero, a consegnare Sam Cooke alla storia ci pensa il brano che forse più di ogni altro, in ogni tempo, ha dato voce alla comunità afroamericana. Ha veicolato la speranza di riscatto di un popolo solo formalmente statunitense, ma in realtà ancora subalterno ai “veri” americani, quelli dalla pelle chiara e dalle idee tutt’altro che avanzate. “A change is gonna come” è un monumento fattosi musica, una statua che costantemente ci ricorda le umiliazioni, le sofferenze e la voglia di uguaglianza di una comunità. Spiace constatare che ancora oggi, 2005, il cambiamento preconizzato da Cooke non si sia realizzato che in minima parte. Registrata nel gennaio del 1964, “A change is gonna come” è la risposta di colore a “Blowin’ in the wind” di Dylan. Sam Cooke era un sincero ammiratore del brano dylaniano, tanto da interpretarlo anche dal vivo e rammaricarsi di non essere stato lui a scriverlo. Sosteneva che un pezzo del genere sarebbe dovuto scaturire da un “fratello”, perché rispecchiava appieno ciò che la comunità di colore stava vivendo, le lotte per i diritti civili quale segnale di un imminente (ahinoi cosa non vera) cambiamento.
“A change is gonna come” è anche l’ultimo brano di Cooke, pubblicato addirittura postumo.
Come purtroppo molto spesso è accaduto, una fine tragica era riservata all’architetto della soul music. Sposato in seconde nozze e padre di due figlie (dopo che un terzo era venuto a mancare all’età di 18 mesi), Cooke perse la vita in un motel di Los Angeles in circostanze ancora non del tutto chiare. Probabilmente giuntovi in compagnia di una prostituta che lo derubò del portafogli, adirato si rivolse alla padrona del motel, credendola coinvolta nel furto. Tre colpi partiti dalla pistola di quest’ultima misero fine alla vita di colui che è unanimemente considerato un personaggio rivoluzionario nell’ambito della black music.
Rivoluzionario non soltanto dal punto di vista strettamente musicale, ma anche per ciò che concerne la managerialità nel ‘music business’. Fu infatti tra i primi ad ottenere un controllo totale su tutta la sua produzione da parte delle case discografiche. I diritti dei brani e anche delle edizioni musicali erano nelle sue mani in un’epoca in cui ciò non era quasi concepibile da parte degli altri artisti, soprattutto se di colore. E’ emblematica la conversazione sui diritti tra Cooke e Fats Domino. Cooke chiese infatti a Fats perché non tenesse per sé i diritti sulle edizioni dei suoi brani e si sentì rispondere “You’re crazy”, “Sei pazzo”. “Pazzo abbastanza da tenermi i miei soldi” fu la risposta di Cooke, dimostrando quindi un’iniziativa imprenditoriale che pochi altri musicisti potevano vantare. Fondò addirittura un’etichetta, la SAR records, per cui faceva incidere giovani di belle speranze come i Valentinos (ovvero i fratelli Womack) oppure i mai dimenticati Soul Stirrers.
Per chi volesse procurarsi album di Cooke, consigliatissima è l’antologia Portrait of a Legend 1951-1964, 30 brani che ne coprono per intero la carriera. Metà della raccolta ci mostra un artista che mira ad un pubblico eterogeneo, rivolgendosi quindi anche a quei bianchi poco familiari con la musica di colore. L’altra metà invece mette in luce un artista che attira i bianchi a sé non andandogli incontro, ma trascinandoli dalla sua parte, con brani prettamente “soul”. L’ultima traccia (una ghost track), poi, è la miglior definizione di soul che vi possa mai capitare di ascoltare, fatta da Cooke in persona, con l’unico ausilio della sua voce.
Ci sarebbe ancora tanto da scrivere su Sam Cooke, un artista ‘bigger than life’, ma mi basta aver acceso, spero, la curiosità in quei lettori che poco o nulla frequentano i lidi della musica soul, spronandoli a recuperare materiale su quello che viene riconosciuto come uno dei cantanti più dotati di tutti i tempi, senza distinzioni di genere. Lo dicevamo prima che la musica si divide solamente in bella e brutta e sono sicuro che a pensarla così è la maggior parte dei lettori di questo pezzo.
Trascurare la figura di Sam Cooke in ambito musicale sarebbe come ignorare Albert Einstein parlando di fisica o Jack Kirby parlando di fumetti. Non si può. Non si deve. Va da sé quindi che l’improbo compito andrebbe svolto da gente come Greil Marcus piuttosto che Peter Guralnick (il quale comunque ha già dato).
Mi piacerebbe però mettere in luce almeno un po’ un personaggio di cui, colpevolmente, in Italia non si è mai parlato con la giusta enfasi e dandogli il giusto risalto. Inoltre la sede che ospita questo scritto potrebbe sembrare antitetica (nel senso che quando si parla di musica il metallo pesante spadroneggia incontrastato; non che sia un male, intendiamoci) al tipo di musica di cui qui si scrive, ma è proprio questo che mi invoglia a parlare di un personaggio che sono certo potrà risvegliare l’interesse di appassionati di qualunque genere musicale. Dopotutto, la musica si è sempre divisa in buona e cattiva. Oppure no?
Dire che Sam Cooke proviene dal gospel è cosa scontata per chi abbia un minimo di conoscenza dei meccanismi alla base della black music degli anni ’40 e ’50. E’ infatti dalla musica di dio che provengono, se non tutti, sicuramente la maggior parte dei personaggi storici della musica soul (definizione onnicomprensiva in cui si fa rientrare, per comodità, praticamente tutta la musica nera pre hip-hop; ma il discorso andrebbe affrontato in un pezzo scritto appositamente) [...che speriamo di leggere presto!!! ndOF]. Il percorso è più o meno sempre lo stesso. Ancora bambini, ma dotati di una voce che già fa parlare di sé, i futuri divi della musica “secolare” cominciano a cantare nel coro della parrocchia o nel gruppo gospel della città. Essere poi figli di un reverendo, e Sam Cooke lo era (vale lo stesso discorso per Aretha Franklin), aiutava non poco a costruirsi un nome all’interno del circuito gospel. Certo è che la sostanza ci dev’essere. In pochi stili musicali è difficile dissimulare la mancanza di talento come nel gospel. Troppa la tecnica e la bravura richieste. Troppa l’anima da mettere a nudo di fronte ai fedeli.
Il percorso di Sam Cooke non si discosta quindi da questo canovaccio.
Nato nel Mississippi nel 1931 e trasferitosi quasi subito con la famiglia in quel di Chicago a bordo di un bus Greyhound (compagnia che assieme alle ferrovie ha contribuito a rendere gli USA un paese unito), Sam Cooke comincia a cantare in chiesa con i numerosi fratelli e sorelle; essere figli di un reverendo comportava la frequentazione assidua della chiesa ogni domenica, sia per assistere ai sermoni, sia per partecipare attivamente alla cerimonia col canto. Si intravedevano già le potenzialità del fanciullo, che infatti entrò, appena quindicenne, negli Highway QC’s, gruppo gospel composto da teen-ager, piuttosto conosciuto a Chicago e dintorni ma che non disdegnava puntatine anche negli stati confinanti per esibizioni dal vivo. All’età di 19 anni, poi, un fatto che avrebbe cambiato per sempre la vita di Sam Cook (che all’epoca non aveva ancora aggiunto una "e" al suo cognome): l’”arruolamento” nelle fila dei Soul Stirrers, forse il più conosciuto gruppo gospel della nazione, a cui gli Highway QC’s fungevano sovente da spalla nei concerti. Il difficile compito era quello di rimpiazzare il solista del gruppo, R.H. Harris; che, per chi non conosce l’ambiente della musica sacra afroamericana, sarebbe come dire Mario Rossi al posto di Mick Jagger nei Rolling Stones, mi si perdoni il paragone. Inaspettatamente, invece, il manager dei Soul Stirrers, Roy Crane, aveva visto giusto, dando fiducia ad un ragazzino che nei 6 anni trascorsi con gli Stirrers detterà gli standard a cui, di proposito o inconsapevolmente, molta se non tutta la musica gospel si rifarà. “Jesus gave me water” è ancora per poco un pezzo degli Highway QC’s, dato che con Sam Cooke nelle proprie fila i Soul Stirrers lo renderanno un loro cavallo di battaglia, brano tra i più apprezzati dai fedeli che in massa accorrevano ogni qual volta il gruppo si esibiva. Già il fatto che un brano di Sam Cooke, e non di R.H.Harris, fosse divenuto il simbolo dei “nuovi” Soul Stirrers, fa capire con quali intenzioni il ragazzo si fosse imbarcato in questa avventura.
In un’intervista, infatti, Cooke ammise la propria sconfinata ammirazione per un innovatore del calibro di R.H.Harris, ma al tempo stesso affermò con decisione di essere Sam Cooke, non un emulo di altri cantanti.
Il pubblico gospel, categoria piuttosto legata alle tradizioni, accolse la sostituzione di Harris nei Soul Stirrers con iniziale e comprensibile diffidenza, salvo poi donarsi totalmente al ragazzo dal bel viso e dai modi gentili.
Un tipo di classe Sam Cooke lo era per davvero. Eccellente studente, avido lettore di libri sui più svariati argomenti, sorriso che impiegava pochissimo a mandare in estasi mamme e figlie sedute ad assistere ai concerti. Era davvero difficile resistere ad un personaggio del genere, ed infatti nessuno lo fece.
I Soul Stirrers,con Cooke che diventava giorno dopo giorno sempre più importante negli equilibri interni, consolidarono la loro popolarità, confermandosi come gruppo gospel più famoso della nazione.
I tour si susseguivano frenetici e la personalità di Cooke veniva fuori sempre più magnetica, concerto dopo concerto. Le chiese esplodevano all’annuncio dei Soul Stirrers sul palco e le ragazze urlavano e fremevano come succedeva solo per Elvis Presley. Sam Cooke era riuscito a far riavvicinare frotte di ragazzine urlanti alla musica sacra; e tutte le chiese che ospitavano i suoi concerti erano ben felici di annunciarlo sui cartelloni per le comunicazioni ai fedeli.
Tutto questo successo fece ben presto capire a Cooke di avere doti fuori dal comune e che forse valeva la pena tentare l’avventura della musica secolare. Passare però dalla musica di Dio a quella di Satana è un passo da fare solo se ne si è fermamente convinti e si sa che non si avranno ripensamenti in futuro. Si trattava quindi di lasciare la via vecchia per la nuova, con l’aggravante di non poter poi contare su un ambiente pronto a riaccogliere un fratello che si è fatto tentare. Nel leggere queste parole a molti sembrerà trattarsi di esagerazioni. Invece le cose stavano proprio così. Negli ambienti più conservatori del gospel, la musica doveva servire unicamente a cantare di Dio e per Dio. Dedicare canzoni all’amore profano era considerato peccato. Dedicarsi alla musica “commerciale” era quindi visto come un tradimento profondo della comunità gospel. Fortunatamente però, non era così per tutti. Il reverendo Charles Cook, padre di Sam, seppur non felice della scelta, non si opporrà al volere del figlio, rendendo così un grande servizio alla musica “pop”.
Ha quindi inizio una carriera fatta solo di successi per quello che molti a ragione considerano uno degli artefici principali del soul tutto. Considerare però la carriera “secolare” di Cooke unicamente in chiave soul sarebbe fuorviante. Lui voleva rivolgersi a tutti, bianchi e neri indistintamente. Ed infatti i suoi primi successi come “You send me” e “Lovable” sono tutto fuorché brani soul in senso stretto. Sono ballate confidenziali, adatte a gente abituata ai Sinatra e crooner vari. Quello che però fa guadagnare importanza storica a questi brani è l’interpretazione di Sam Cooke: i suoi vocalizzi, i suoi “uoo-oo-oo-o”, il sex appeal che emanava ogni singola parola declamata. La musica dell’anima nasce quindi come un fatto interpretativo prima che musicale. Infatti una codificazione puntuale del genere musicale risulta ardua, mentre inquadrare un cantante che canta “con l’anima” viene più naturale. Lo si individua a pelle. Sicuramente Sam era uno che cantava l’anima come pochi. Però non alle sole ballate si dedicò il nostro, nonostante siano stati questi i brani a dargli i primi successi. “Just for you”, anche se squisita canzone d’amore, nasconde in sè un omaggio, nemmeno tanto celato a dire il vero, al gospel a cui Cooke resterà legato per tutta la sua breve vita. Il coro (ottenuto dalla sovrapposizione delle incisioni dello stesso Cooke) presente nel brano ne è testimonianza.
Che dire poi di un brano come “Everybody loves to cha cha cha”, dai ritmi latini e un ritornello che è impossibile non cantare? E’ la storia di una ragazza che non sa ballare il cha cha cha mentre la moda imperversa in tutta America. Il suo ragazzo si offre allora di darle lezioni, rendendola così una ballerina migliore di lui. Questo è un brano che presenta in sé due caratteristiche importantissime di Sam Cooke. Una è quella riguardante il suo modo di scrivere canzoni. Spesso i brani di Cooke erano estremamente descrittivi, raccontavano storie che, anche se semplici o addirittura banali, si facevano comunque ascoltare con piacere, non risultando quasi mai noiose. La seconda caratteristica che viene fuori è la perfetta dizione di cui il cantante è dotato. Era uno dei punti fissi di tutta l’opera di Sam Cooke. Non si stancava di ripetere mai, né agli intervistatori né ai suoi protetti, che se si vuole raggiungere il maggior numero di persone possibile con le proprie canzoni bisogna essere sempre comprensibili, sia per quanto riguarda ciò che si scrive, sia per come lo si dice.
A volte, sfortunatamente, alla semplicità del testo e del cantato corrispondeva un’eccessiva orchestrazione dei pezzi. Archi che sovente si fanno ridondanti fino a sommergere l’interpretazione del nostro, rendendo i brani adatti a performance in club frequentati da un pubblico bianco di classe media. Ed infatti Sam Cooke fu scritturato per uno spettacolo al Copacabana di New York City, dove però fallì. “Non ero pronto ed ho fatto un tonfo (‘I bombed’ in originale ndr)”, così disse Sam in un programma televisivo. Evidentemente non era stato se stesso. Ben diverso il secondo concerto che tenne al Copacabana nel luglio del 1964, dove però il repertorio era ancora diretto, per forza di cose, ad un pubblico bianco che voleva ascoltare artisti sulla falsariga di Sinatra, Belafonte, Nat King Cole.
Il Live at the Harlem square club del 1963 invece, registrato in un club frequentato esclusivamente da un pubblico di colore, è “fratello in spirito del Live at the Apollo di James Brown” (cfr. Eddy Cilìa, SOUL, RITHM ‘N’BLUES, Giunti 2004). Tanto basta a farcelo preferire.
Dicevamo delle caratteristiche di Cooke come autore: semplicità nella scrittura e dizione perfetta (provate ad ascoltare un suo brano attentamente; anche se la vostra conoscenza della lingua di Shakespeare è elementare, riuscirete comunque a capire buona parte del testo). A queste va aggiunta la capacità di riuscire a scrivere un pezzo in qualunque momento. Se l’ispirazione arrivava, Sam Cooke era pronto ad assecondarla. Un giorno, in macchina con i suoi fratelli negli stati del sud degli USA, vide sul ciglio della strada un gruppo di carcerati che lavorava, incatenati tra loro, sorvegliati da guardie. I galeotti chiesero a Cooke e compagni delle sigarette che gli furono date senza problemi. Una volta risaliti in macchina, Sam cominciò a canticchiare un motivo che prendeva il là dal suono dei picconi usati dai carcerati durante il loro lavoro sulla strada. “Uh-Ah…That’s the sound of the men / Working on the chain gang”. E’ questa la genesi, semplice eppure con i segni della leggenda, di “Chain gang”, un brano che è canzone d’amore tra le meno scontate.
Da buon interprete, poi, Cooke interpretava volentieri brani altrui, tra cui una sognante versione, invero anche leggermente inquietante, di “Summertime” di gershwiniana memoria ed il classico blues “Little red rooster”, contenuto nell’album tributo al blues classico “Night beat”.
Che dire, inoltre, di brani quali “(What a) Wonderful world”, “Twistin’ the night away” e “Shake”, se non che trattasi di canzoni tra le più memorabili, e più ‘coverizzate’, scritte da Cooke nella sua breve, seppur intensa, carriera secolare?
Come se questi pezzi non bastassero, a consegnare Sam Cooke alla storia ci pensa il brano che forse più di ogni altro, in ogni tempo, ha dato voce alla comunità afroamericana. Ha veicolato la speranza di riscatto di un popolo solo formalmente statunitense, ma in realtà ancora subalterno ai “veri” americani, quelli dalla pelle chiara e dalle idee tutt’altro che avanzate. “A change is gonna come” è un monumento fattosi musica, una statua che costantemente ci ricorda le umiliazioni, le sofferenze e la voglia di uguaglianza di una comunità. Spiace constatare che ancora oggi, 2005, il cambiamento preconizzato da Cooke non si sia realizzato che in minima parte. Registrata nel gennaio del 1964, “A change is gonna come” è la risposta di colore a “Blowin’ in the wind” di Dylan. Sam Cooke era un sincero ammiratore del brano dylaniano, tanto da interpretarlo anche dal vivo e rammaricarsi di non essere stato lui a scriverlo. Sosteneva che un pezzo del genere sarebbe dovuto scaturire da un “fratello”, perché rispecchiava appieno ciò che la comunità di colore stava vivendo, le lotte per i diritti civili quale segnale di un imminente (ahinoi cosa non vera) cambiamento.
“A change is gonna come” è anche l’ultimo brano di Cooke, pubblicato addirittura postumo.
Come purtroppo molto spesso è accaduto, una fine tragica era riservata all’architetto della soul music. Sposato in seconde nozze e padre di due figlie (dopo che un terzo era venuto a mancare all’età di 18 mesi), Cooke perse la vita in un motel di Los Angeles in circostanze ancora non del tutto chiare. Probabilmente giuntovi in compagnia di una prostituta che lo derubò del portafogli, adirato si rivolse alla padrona del motel, credendola coinvolta nel furto. Tre colpi partiti dalla pistola di quest’ultima misero fine alla vita di colui che è unanimemente considerato un personaggio rivoluzionario nell’ambito della black music.
Rivoluzionario non soltanto dal punto di vista strettamente musicale, ma anche per ciò che concerne la managerialità nel ‘music business’. Fu infatti tra i primi ad ottenere un controllo totale su tutta la sua produzione da parte delle case discografiche. I diritti dei brani e anche delle edizioni musicali erano nelle sue mani in un’epoca in cui ciò non era quasi concepibile da parte degli altri artisti, soprattutto se di colore. E’ emblematica la conversazione sui diritti tra Cooke e Fats Domino. Cooke chiese infatti a Fats perché non tenesse per sé i diritti sulle edizioni dei suoi brani e si sentì rispondere “You’re crazy”, “Sei pazzo”. “Pazzo abbastanza da tenermi i miei soldi” fu la risposta di Cooke, dimostrando quindi un’iniziativa imprenditoriale che pochi altri musicisti potevano vantare. Fondò addirittura un’etichetta, la SAR records, per cui faceva incidere giovani di belle speranze come i Valentinos (ovvero i fratelli Womack) oppure i mai dimenticati Soul Stirrers.
Per chi volesse procurarsi album di Cooke, consigliatissima è l’antologia Portrait of a Legend 1951-1964, 30 brani che ne coprono per intero la carriera. Metà della raccolta ci mostra un artista che mira ad un pubblico eterogeneo, rivolgendosi quindi anche a quei bianchi poco familiari con la musica di colore. L’altra metà invece mette in luce un artista che attira i bianchi a sé non andandogli incontro, ma trascinandoli dalla sua parte, con brani prettamente “soul”. L’ultima traccia (una ghost track), poi, è la miglior definizione di soul che vi possa mai capitare di ascoltare, fatta da Cooke in persona, con l’unico ausilio della sua voce.
Ci sarebbe ancora tanto da scrivere su Sam Cooke, un artista ‘bigger than life’, ma mi basta aver acceso, spero, la curiosità in quei lettori che poco o nulla frequentano i lidi della musica soul, spronandoli a recuperare materiale su quello che viene riconosciuto come uno dei cantanti più dotati di tutti i tempi, senza distinzioni di genere. Lo dicevamo prima che la musica si divide solamente in bella e brutta e sono sicuro che a pensarla così è la maggior parte dei lettori di questo pezzo.


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