Come sempre mi capita quando devo scrivere di monumenti della musica, mi trovo in un’empasse iniziale che in questo caso si è protratta ben oltre il dovuto. Il motivo è piuttosto semplice. Ho una venerazione incondizionata per Johnny Cash. Quindi ogni attacco del pezzo mi sembrava banale, oppure smielato ed eccessivo. Ho deciso quindi di giocare sporco e parlare di sentimenti e sensazioni personali, in barba alla vocina che continuerà a sussurrarmi mentre scrivo (ne sono sicuro) di cancellare tutto e ripartire da zero.
Insomma, se state leggendo queste parole la colpa, oltre che del sottoscritto, è del buon Orlando che non ha cassato il pezzo...e di ciò lo ringrazio davvero. [...anzi, è stato un piacere! ndO]
Conobbi Johnny Cash per caso, passeggiando nelle polverose strade di Laredo sul calar della sera, il sole grande all’orizzonte, color terracotta. Aveva già i suoi anni, ma la grinta non lo aveva abbandonato. Che anno sarà stato? Il ’96 forse, ma non ha importanza.
Come sempre era vestito di nero, fedele a quel soprannome che si porta dietro da chissà quanto tempo.
All’epoca ne avevo sentito parlare solo sporadicamente. Per me lui era l’autore di “Ring of fire”, brano che la Levi’s utilizzò per un suo spot. Insomma, non proprio una cosa lusinghiera essere associati ad una pubblicità di blue-jeans. Quindi non avevo nessun timore reverenziale nei suoi confronti e vedendolo seduto fuori da un bar lo puntai senza esitazione e mi presentai. Per nulla scocciato dal fatto di essere stato riconosciuto mi invitò a sedermi con lui e offrendomi una tequila (il confine col Messico era ad un tiro di colt) imbracciò la chitarra che giaceva affianco ai piedi della mia sedia ed iniziò a cantare. Mi cantò della folla impazzita di Austin; gente assetata di sangue pronta a linciare un carcerato condotto in galera da un onesto sceriffo. In barba a tutti però, il galeotto riuscì a scappare evitando l’impiccagione.
Mi cantò anche di quell’assassino di nome Joe Bean, un farabutto condannato a morte il giorno del suo ventesimo compleanno per un omicidio che non aveva mai commesso. E dire che di uomini al creatore ne aveva mandati una ventina.
Ironia nera quella di mr.Cash, come il suo vestito, ma non come il suo sorriso che era invece bianchissimo, anche se un po’ storto. Finito questo secondo brano mi guardò negli occhi e vide, ne sono certo, un interesse vivo. Fremevo dalla voglia di ascoltare altre canzoni e non lo nascosi. Mi rispose con un sussurro che io ho interpretato così: “Adesso ti canto un brano di un giovane artista che quando canta, canta l’America”. E detto ciò iniziò a strimpellare un brano che mi sembrava di aver già ascoltato. Ma certo! Stava cantando, con quel suo vocione baritonale inconfondibile, “Highway patrolman” di Springsteen, ma era come se in quei cinque minuti il brano fosse stato solo suo. Non si fermò nemmeno per prendere fiato e subito attaccò con un’altro brano che le mie orecchie da adolescente con camicia di flanella avevano ascoltato non so quante volte.
“Rusty cage”, cacchio. Un uomo dell’età di mio nonno mi stava suonando “Rusty cage” con una chitarra acustica.
Da impazzire! Gli chiesi se i Soundgarden approvavano questa sua versione, ma lui non rispose.
Mi guardò soltanto, e fece una smorfia che somigliava tanto ad un sorrisetto di compassione. “Cosa vuoi che me ne importi di ciò che pensano gli autori del brano? Quando canto una canzone, la canzone è solo mia”. Ma queste parole mr.Cash non le avrebbe mai pronunciate. Noblesse oblige...
All’improvviso, dall’altro lato della strada comparve una bella signora. Ci stava osservando. Capelli lunghi ed un sorriso dolcissimo. Chiesi a mr.Cash chi fosse e lui, ancora una volta sorridendo con quella sua bocca asimmetrica mi disse: “E’un angelo. Il mio”. Ed intonò “Ring of fire”. Da allora mai più avrei associato quel brano ad un paio di Levi’s. Quella era una dichiarazione d’amore per la bella signora che sul ciglio della strada, carezzandosi i capelli, continuava a guardarci ed a sorridere. “Si chiama June” fece mr.Cash, notando che il mio sguardo non si staccava da lei.
Allora capii. Era sua moglie. Imbarazzato gli chiesi scusa per aver fissato la sua donna, ma lui poggiandomi la mano sul braccio disse: ”Il fatto che tu sia stato rapito da quel viso mi ricorda ancora una volta quanto io sia fortunato”. Dette queste parole si alzò ed in silenzio entrò nel bar. Le strade di Laredo stavano divenendo sempre più fredde man mano che il sole calava ed ebbi una strana sensazione. Sentii che mr.Cash non sarebbe più uscito. Dall’altro lato della stada la bella signora era scomparsa.
Mi feci coraggio ed entrai anch’io nel bar. Era vuoto. Nessun cliente, niente barista. Solo un juke box posizionato stranamente su di un palco dove immagino si tenessero i concerti di qualche aspirante star del country. Mi avvicinai ed estrassi dalla tasca una moneta che infilai nella fessura del juke-box. Dopo aver premuto due tasti a caso scesi dal palco e mi sedetti al bancone mentre la stanza si riempiva del gracchiare di un juke-box ormai vecchio, che però sapeva toccare le corde dell’anima forse meglio che in gioventù...”...Far from Folsom prison, that’s where I want to stay, And I let that lonesome whistle, blow my blues away”.
L’occasione per scrivere un pezzo su Johnny Cash è data dall’imminente uscita nelle sale italiane del film “I walk the line” che ne narra la vita artistica e quella privata.
Johnny Cash è morto il 12 settembre 2003, pochi mesi dopo sua moglie June Carter Cash, sua compagna per 35 anni nonchè spesso sua partner artistica.
Sul mercato sono disponibili molti lavori di Johnny Cash. Assolutamente consigliate per i neofiti le raccolte con i migliori brani del nostro.
Per chi invece volesse fare la conoscenza dell’ultimo Johnny Cash, da non lasciarsi sfuggire sono i 4 album per la American Recordings prodotti da Rick Rubin a partire dal 1994.
Per la stessa etichetta è stato anche pubblicato un concerto tenuto assieme a Willie Nelson per la serie tv “VH1 Storytellers”, interessante anche per i dialoghi tra un brano e l’altro.
Se invece volete fare la conoscenza di un Cash più legato ai canti tradizionali americani è in catalogo un album intitolato “Songs of our soil” in cui il nostro si cimenta in folk ballads godibilissime ed anche conosciute (si ascolti “I want to go home” e la si confronti con “Sloop John B.” dei Beach Boys).
Pino Paoliello - Febbraio 2006





0 commenti:
Posta un commento