LA MUSICA COME GIOIA,
LA GIOIA FATTA MUSICA
LA GIOIA FATTA MUSICA
“Volevo scrivere musica gioiosa che facesse star bene la gente. Musica che aiutasse e guarisse, perché credo che la musica sia la voce di Dio” - Brian Wilson
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“Nessuno è musicalmente colto finché non ha ascoltato PET SOUNDS…è un disco classico, completo, per molti versi insuperabile” - Sir Paul McCartney
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“Senza PET SOUNDS, SGT. PEPPER non ci sarebbe stato…PEPPER era un tentativo di eguagliare PET SOUNDS” - Sir Gorge Martin, produttore, The Beatles
Basterebbero le tre citazioni riportate in apertura a far comprendere che non di un qualunque disco si sta parlando, bensì di uno dei capolavori riconosciuti del XX secolo. Una sinfonia pop battezzata “Pet Sounds”, il disco per eccellenza dei Beach Boys. Scorrendo la scaletta dell’album però, l’ignaro ascoltatore non scorgerà i pezzi per cui i Beach Boys sono conosciuti. Nessuna Barbara Ann o Surfin’ USA a far capolino tra le 13 tracce dell’album. Eppure si tratta di un lavorolievissimo, etereo ed immaginifico, fatto di sogni e soprattutto di gioia. Come disse infatti Brian Wilson nella cerimonia di insediamento dei Beach Boys nella “Rock ‘n’ Roll Hall of Fame”, la gioia è la caratteristica principale di quello che a tutti gli effetti può essere considerato un suo lavoro solista.
Strano gruppo davvero i Beach Boys, originatisi inizialmente come propaggine della famiglia Wilson (tre fratelli ed un cugino in organico) ma ben presto mero strumento “esecutivo” nelle mani del più geniale compositore di musica pop del ‘900 (dichiarazione forte ma condivisibile), Brian Wilson appunto.
La genesi del disco è piuttosto particolare, dato che la sua composizione risale a quando un Brian Wilson ventiquattrenne rifiutò di andare in tour con i restanti Beach Boys e si chiuse in studio a comporre un album che si discostava in maniera decisa da ciò che in precedenza i “ragazzi da spiaggia” avevano proposto. Le melodie, come sempre orecchiabilissime, si fanno però di colpo stratificate, complesse, ricche oltre ogni immaginazione (a tal proposito si consiglia l’ascolto in cuffia, avrete delle belle sorprese). L’argomento dei testi è l’amore, ma un amore adulto, consapevole e soprattutto non solo verso una donna, ma, tra le righe, anche verso Dio.
La composizione di Pet Sounds era per Brian una sfida nei confronti dei Beatles di Rubber Soul, così come Sgt. Pepper sarà per i Beatles una sfida nei confronti di Pet Sounds, per chiudere il cerchio.
Entrato in studio con l’intenzione di scrivere un album “monumentale”, Brian Wilson si sbizzarrì nello sperimentare sovrapposizioni di nastri con melodie ma anche con puri e semplici suoni. Suoni di carillon o di treni in corsa, di passaggi a livello in chiusura o di campanelli da bicicletta, tutto andava bene per descrivere la realtà e soprattutto l’amore e la gioia che esso procura. Era innamorato Brian durante la scrittura di Pet Sounds, e dispiace che l’amore da lui celebrato non sia stato in grado di salvarlo da quei demoni che poco a poco lo avrebbero consumato con voracia sempre crescente e mai appagata. Una maledizione, la depressione, che fortunatamente ha allentato la presa dopo anni, rendendoci un Wilson capace di tornare attivo sia nella produzione di nuovi lavori che dal vivo.
Pubblicato nel 1966, Pet Sounds seguiva di pochi mesi un altro album dei B.B., Party!, realizzato nel mezzo della creazione del capolavoro wilsoniano e visto come un “singhiozzo nella notte” secondo la calzante definizione di David Leaf. Si trattava infatti di un album “classico”, editato più per volere della casa discografica che di Brian Wilson. Non che fosse un brutto album (conteneva Barbara Ann, singolo tra i più venduti dei B.B.), ma Brian aveva in mente l’opera pop definitiva, il capolavoro che nessuno aveva mai scritto e che avrebbe cambiato per sempre la concezione di “album da studio”, se non nell’immaginario collettivo sicuramente tra gli addetti ai lavori (cosa puntualmente avvenuta, ça va sans dire).
Abbiamo detto del fatto che a comporre tutta l’opera sia stato il solo Brian mentre gli altri membri del gruppo erano in tour, coadiuvato dal fido Tony Asher ai testi. La cosa non deve sorprendere più di tanto visto che la parte creativa è sempre stata appannaggio del maggiore dei fratelli Wilson, che nella sua mente “sentiva” già le canzoni così come dovevano essere, nota per nota, strumento per strumento. E parlando di strumenti, l’unico che non aveva a disposizione il nostro durante le registrazioni di Pet Sounds era la voce, o per meglio dire le voci, quelle appunto dei compagni in tour. Compagni che una volta tornati in California si trovarono di fronte ad un album già praticamente composto e registrato (furono turnisti vari a suonare nelle “Pet Sounds sessions” e non i B.B. che come detto erano in fondo una “facciata” per i lavori di Brian, senza per questo volerne sminuire eccessivamente il valore, sia ben chiaro) e che era qualcosa di inaspettato e semplicemente “diverso” da ciò a cui erano abituati. Diverso a tal punto da essere percepito come un “flop” una volta messo in commercio (di flop relativo si parla, se si confrontano le vendite tra Pet Sounds e gli altri lavori dei B.B.), sia dal pubblico che, cosa peggiore, dalla casa discografica. La critica invece colse da subito il valore dirompente dell’opera, il suo distaccarsi dalle classiche “California songs”, l’abilità evidentissima di Brian Wilson dietro il mixer. Pet Sounds fu tra i primi album che dimostrarono al mondo che era possibile usare lo studio di registrazione come uno strumento musicale e non come semplice mezzo per rendere la musica riproducibile nell’impianto stereo di casa. Fu questa l’innovazione storica per cui l’album sarà sempre ricordato.
Una volta aggiunte le voci dei B.B. alle composizioni già registrate, l’alchimia si rese manifesta alle orecchie di quelli che avevano partecipato alle sessions e che non erano in grado ancora di giudicare se Brian avesse confezionato un capolavoro oppure un terribile incidente di percorso. Le voci amalgamate a tutto il resto resero evidente a tutti ciò che Brian aveva in mente sin dall’inizio. Erano canzoni che funzionavano, delle piccole “sinfonie tascabili” (ascoltate “Let’s go away for a while” per avere un’idea di cosa si parla) da ascoltare una dopo l’altra, senza sosta, più e più volte. Si può in questo caso parlare di “concept album”: un’opera compatta, senza cali di tensione e con un filo conduttore che come detto è l’amore. Un lavoro inscindibile, non commercializzabile a spizzichi e bocconi (nonostante ne siano stati estratti singoli a 45 giri), da fruire come un continuum, un lavoro completo che nulla avrebbe dovuto avere in più di ciò che già conteneva.
Come ricordato, Pet Sounds fu considerato un “flop” (parola esagerata, va da sé) perché non riuscì a vendere quanto i lavori precedenti dei B.B. (risale a pochi anni fa la conquista del disco di platino, a dimostrazione comunque che ci troviamo di fronte ad un “long seller”), ma nella comunità musicale fu da subito considerato il capolavoro di Wilson. Il pubblico invece, nell’anno di grazia 1966, iniziava a mutare. I capelli si facevano lunghi e la barba poco curata, slogan di protesta sempre di più trovavano cittadinanza tra i ragazzi borghesi che qualche anno prima avevano decretato il successo dei B.B. e che iniziavano ora ad indirizzarsi verso altri lidi sonori. Tutto ciò, sommato all’argomento dell’album, l’amore appunto, contribuì a rendere Pet Sounds un oggetto anomalo per un paio di generazioni di ascoltatori. Ma ciò non poteva durare troppo a lungo. Come sarebbe stato possibile resistere in eterno a brani quali “Wouldn’t it be nice”, “God only knows”, “I’m waiting for the day”? Quale la mente malata che si sarebbe privata ad oltranza del piacereprovocato da “Sloop John B” (lontanissima parente del classico folk interpretato, tra gli altri, anche da Johnny Cash con il titolo “I want to go home”) e “I know there’s an answer”? Chi a cuor leggero avrebbe rinunciato a conoscere la benevolenza di Dio fattasi d’un tratto musica? Fortunatamente in pochi.
Se dai vostri polverosi scaffali non fa capolino un cd la cui costola recita The Beach Boys-Pet Sounds, allora siete nei guai. Ma a tutto c’è rimedio. Vi basterà recarvi nel più vicino negozio di dischi o navigare in uno dei tanti “internet music shop” e fare vostra, nonostante la copertina, una copia del lavoro più completo e magnifico della premiata ditta Wilson. Si trovano in commercio varie ristampe, oltre ad un bel cofanetto, The Pet Sounds Sessions, ricco di documenti sonori che fanno comprendere la genesi, pezzo per pezzo, dell’album. Consigliatissima è la ristampa del 2001 (rintracciabile all’irrisorio prezzo di 10 euro o poco più) comprendente le tredici tracce originarie più una bonus track (“Hang on to your ego”) in versione mono e la loro ripetizione in versione stereo, oltre ad un completo libretto con interventi volti a raccontare l’origine dell’album ed un apparato critico che analizza ogni brano (il tutto, ahimè, solo in inglese).
Se dai vostri polverosi scaffali non fa capolino un cd la cui costola recita The Beach Boys-Pet Sounds, allora siete nei guai. Ma a tutto c’è rimedio. Vi basterà recarvi nel più vicino negozio di dischi o navigare in uno dei tanti “internet music shop” e fare vostra, nonostante la copertina, una copia del lavoro più completo e magnifico della premiata ditta Wilson. Si trovano in commercio varie ristampe, oltre ad un bel cofanetto, The Pet Sounds Sessions, ricco di documenti sonori che fanno comprendere la genesi, pezzo per pezzo, dell’album. Consigliatissima è la ristampa del 2001 (rintracciabile all’irrisorio prezzo di 10 euro o poco più) comprendente le tredici tracce originarie più una bonus track (“Hang on to your ego”) in versione mono e la loro ripetizione in versione stereo, oltre ad un completo libretto con interventi volti a raccontare l’origine dell’album ed un apparato critico che analizza ogni brano (il tutto, ahimè, solo in inglese).
Una volta giunti a casa, e dopo aver inserito il cd nel vostro impianto stereo, messo in testa le cuffie (è un consiglio spassionato, se ascoltate Pet Sounds per la prima volta, fatelo con le cuffie) ed esservi seduti in poltrona, premete play e spegnete la luce del salotto. Un mondo vi si spalancherà nel cuore. Vorrete piangere di gioia, urlare la vostra felicità a chi amate, alla ragazza che non avete mai avuto il coraggio di guardare negli occhi, con la sicurezza di conquistarla.
Quando il mondo sembra darvi addosso, quando la vita vi scivola via senza sapere esattamente cosa farne, quando la speranza di un’esistenza soddisfacente lascia il posto alla rassegnazione, allora è il momento di rifugiarsi in paradiso.
PINO PAOLIELLO
ottobre 2005
ottobre 2005
Discografia:
The Beach Boys-Pet Sounds (Capitol, 1966)
The Beach Boys-Pet Sounds (Capitol, 1966)
Bibliografia:
Booklet della ristampa del 2001 di Pet Sounds-Brian Wilson, David Leaf, Mark Linett (Capitol, 2001)
Booklet della ristampa del 2001 di Pet Sounds-Brian Wilson, David Leaf, Mark Linett (Capitol, 2001)
The Beach Boys. Pet Sounds - Kingsley Abbott (Arcana, 2004)






