Com’è stato il 2005 per la musica
metal? Sarà banale, ma la risposta giusta è: come tutti gli anni
precedenti. Qualche uscita eccellente, un buon numero di dischi più che
discreti, il solito trend (il cosiddetto Metalcore, ovvero il classico death
melodico svedese presentato negli States con un altro nome e con una
spolveratina a livello di forma) imperante negli States e tanti, troppi
lavori incolori, se non fastidiosi.
Ma, soprattutto, il mondo della
musica metal ha dimostrato, ancora un volta di più di essere aggrappato
ancora con tutte le forze ai grandi vecchi, con pochi dei gruppi più
“giovani” capaci di fare la differenza; un fatto piuttosto triste, che
mostra abbastanza nettamente come nella scena ci sia ancora una
preoccupante mancanza di idee, ma soprattutto di personalità, con tante,
troppe band che se ne stanno tranquille nella scia di quelle più famose
senza tentare di sperimentare qualcosa di diverso o senza cercare una
evoluzione nel proprio sound. E così la scena non può che ristagnare
(salvo le ovvie eccezioni) in attesa di uno scossone che sembra però
molto lontano.
Non ci resta che godere di quanto di buono ha offerto
quest’anno, a livello di musica pesante…o, meglio: quello che è piaciuto
al sottoscritto, ovviamente…
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- I Vincitori
A livello di qualità, popolarità, capacità di fare
breccia anche in un pubblico differente da quello tipico metal i
vincitori (con buon distacco) sono stati senza dubbio i System Of A Down, forti della loro doppia uscita Mesmerize - Hypnotize, due lavori che hanno confermato la straordinaria creatività della band di Serj Tankian e Daron Malakian
e che ha proiettato il gruppo a vertici quasi impensabili di
popolarità. I due album ci hanno presentato un sound tutto sommato più
semplice, melodico ed immediato rispetto al passato, forse il fattore
che più di tutti ha spalancato del tutto le porte del (meritato)
successo a questa formazione davvero fenomenale, nonostante qualche
carenza di troppo nelle esecuzioni dal vivo.
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- Sul Podio
I Dark Tranquillity hanno confermato con Character
di essere, al momento, forse i migliori interpreti di quel death metal
melodico, sound piuttosto tipico nella scena svedese, divenuto
improvvisamente (ed abbastanza insospettabilmente) popolare negli States
con il successo dei Killswitch Engage. Character è un
lavoro maturo, esaltante e personale, dove la formazione svedese riesce
ad arricchire ancora di più il proprio sound grazie soprattutto alle
tastiere, ora decisamente più integrate nella matrice sonora tipica del
gruppo, il tutto senza rinunciare alla aggressività o alle suadenti
melodie. Un album davvero convincente.
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Sempre dalla Svezia arrivano i Grand Magus, progetto parallelo agli Spiritual Beggars (autori di un lavoro più che discreto, ma non fulminante come in passato) del bravissimo cantante JB.
Rispetto ai due dischi precedenti, la band ha parzialmente abbandonato i
territori del doom metal per avvicinarsi molto maggiormente al tipico
epic metal anni ’80, tra richiami (sparsi) a R.J. Dio, Manowar, Warlord, oltre che Black Sabbath (sempre presenti nel riffing) e Whitesnake (soprattutto per quanto riguarda le parti vocali). Wolf’s Return,
questo il nome dell’album, è un irresistibile ritorno all’epic metal
più serio, coerente e scevro da coretti da stadio, spadoni e dragoni
assortiti, nonché da pacchianismi vari, il tutto con un amore dichiarato
verso l’hard rock anni ’70. Il miglior disco epic metal degli ultimi 5
anni.
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- Giù dal Podio
Get Some dei Nashville Pussy,
conferma questa sgangherata formazione americana come tra i veri eredi
dei del rock n’ roll più sporco, ignorante e sporco, sulla scia di Motorhead, Ted Nugent ed Ac/Dc. Forse nulla di nuovo, ma c’è tanta passione, energia (e sesso!) con in più una signora chitarrista come Ruyter; un disco forse meno riuscito dei precedenti due (High As Hell e Say Somehting Nasty, da recuperare assolutamente), ma comunque godibilissimo.
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Una bella sorpresa sono stati gli americani Byzantine: il loro …And They Shall take Up Serpents è un lavoro di puro e solidissimo metallone, tra richiami al classico thrash, ai Nevermore (soprattutto per quanto riguarda alcuni fraseggi di chitarra), Pantera
(soprattutto nel cantato) ed un pizzico di melodie maideniane. Un disco
intelligente, suonato con la giusta dose di passione, personalità ed
energia ed una band da tenere decisamente d’occhio.
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Sulla grandezza ed unicità di una band come gli Opeth si potrebbero realmente scrivere pagine e pagine; il loro ultimo lavoro Ghost Reveries,
però, non riesce a brillare del tutto, rispetto soprattutto ai dischi
precedenti. Sia chiaro, siamo di fronte ad un album decisamente sopra la
media con alcuni canzoni da infarto, ma non sembra che la band
scandinava abbia dato il massimo questa volta: colpa, in parte, di un
sound che si è fatto un po’ più immediato e per certi versi prevedibile
(almeno per chi li segue da un po’), unito ad una produzione un po’
fredda e modernista. Insomma, gli Opeth in passato ci hanno abituato fin troppo bene: Ghost Reveries
rimane comunque l’espressione di una band realmente straordinaria,
questa volta, forse, leggermente meno ispirata del solito. Per la
cronaca alcuni brani del disco, una volta riproposti dal vivo, si sono
rivelati decisamente più efficaci, segno che, forse, il problema è forse
solo più formale che sostanziale.
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Una buona dose di coraggio ce l’hanno avuta, sorprendentemente, i Dream Theater che, con Octavarium,
hanno compiuto un grosso passo decisivo in avanti, abbandonando gli
eccessivi tecnicismi per andare alla ricerca della melodia e della
semplicità, concentrandosi esclusivamente sulla forma canzone. Ne escono
così brani quasi shockanti come I Walk Beside You o The Answer Lies Within dove sono piuttosto palesi le influenze da gruppi certamente non affini al metal come U2, Muse e Coldplay. Un bel salto, insomma, che avrà alienato alla band di Mike Portnoy
la simpatia di qualche fan, ma che ci ha mostrato un gruppo capace
finalmente di dimostrare pienamente qual è il suo maggiore pregio
(aldilà ovviamente delle capacità strumentali): scrivere canzoni.
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Gli Annihilator non sono una di quelle formazioni che scriverà mai la storia della musica thrash, ma Jeff Waters
e soci hanno (quasi) sempre sfornato lavori onesti, suonati con grinta,
passione e quel pizzico di divertimento in più di molte altre
formazioni in questo genere. Dopo quello che probabilmente è stato il
peggior album della carriera della band, All For You, gli Annihilator tornano a livelli di qualità davvero ottimi con Schizo Deluxe:
a dire il vero non c’è nulla di lontanamente innovativo in questo
disco, ma è semplicemente un lavoro di metallone anni ’80 grezzo,
divertente e con quella giusta dose di ignoranza che lo rende a tratti
delizioso. Da segnalare la buona prestazione dietro al microfono di Dave Padden, che dimostra di avere una buona personalità, cosa che invece proprio non si intravedeva nemmeno da lontano col precedente cd.
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Non potevano mancare i Nevermore,
sicuramente una delle formazioni migliori dell’ultimo decennio, qui
però alle prese con quello che il primo, piccolo, passo falso della loro
carriera: This Godless Endeavour è infatti un lavoro non così
riuscito come i precedenti. Colpa di un songwriting che si è fatto un
pochettino prevedibile alla distanza e della seconda parte dell’album,
un po’ prolissa e noiosetta. Rimangono alcune canzoni davvero splendide
(su tutte l’opener Born), la solita potenza e la maestria della
band, ma, a conti fatti, da una formazione straordinaria come questa ci
si aspetta sempre un pochettino di più. Insomma, vale lo stesso discorso
fatto per gli Opeth, alla fin fine.
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Più che discreto anche il nuovo lavoro degli Strapping Young Lad: il grande Devin Townsend sembra avere trovato una maggior ispirazione rispetto al piatto SYL, anche se, per forza di cose, la band non potrà mai tornare ai livelli di City, visto che quello era un lavoro troppo legato a quello che provava il geniale canadese in quel momento. Alien è comunque un album sopra le righe, con alcuni tocchi davvero degni di nota, soprattutto sull’ottima Love?!?. Peccato per la produzione estremamente confusionaria, voluta dallo stesso Townsend, che rischia di rovinare l’ascolto.
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Fulminante, invece, l'ultimo lavoro degli High On Fire: la band americana si conferma come una delle formazioni più grezze, cattive, energetiche ed ignoranti della scena. In Blessed Black Wings
non c'è alcun fronzolo, ma solo puro rock n' roll marcio fino al
midollo, suonato con una potenza a tratti insostenibile. A livello
idealistico sembra di sentire i Venom degli anni duemila; solo che gli High On Fire sanno suonare e pure bene. Assolutamente devastante e cattivissimo, sconsigliato ai deboli di cuore!!!
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- Due Ritorni
Come ogni anno non potevano mancare le reunion di band che
hanno fatto furore (o quasi) negli anni ’80, altro segno di quanto la
scena sia purtroppo ancorata pesantemente al suo fulgido passato.
Quest’anno, però si segnalano due ritorni discografici davvero speciali,
cioè quello dei Judas Priest con alla voce il grande Rob Halford ed il nuovo disco dei Candlemass
in formazione originale; due ritorni che, per fortuna, non hanno
tradito affatto le attese, restituendoci due gruppi in grande forma.
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Angel Of Retribution dei Judas Priest
non è un lavoro epocale, ma un disco ben scritto e calibrato, che pesca
sapientemente dal passato della band, senza per questo risultare
stantio o noioso. Evitato per fortuna anche il pericolo di un Painkiller Vol. 2,
visto che, purtroppo, la nuova generazione di ascoltatori sembra
conoscere solo questo album della mitica band inglese. Aldilà di tutto,
fa piacere risentire Rob Halford tornato ad ottimi livelli qualitativi (sia in studio che sul palco) e supportato da un songwriting di qualità.
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I Candlemass non avranno scritto la storia del metal come i Judas Priest,
ma sono una formazione di culto che ha sicuramente lasciato un grosso
segno sulla scena con il loro doom metal: per questo c’era molta attesa
verso questo nuovo lavoro, Candlemass appunto; attesa che è stata ripagata da un album decisamente convincente. Anzi, le prime due tracce, Black Dwarf e Seven Silver Keys
facevano addirittura gridare al capolavoro per la loro qualità.
Purtroppo il resto del disco non è a così riuscito, ma si mantiene su
livelli sicuramente buoni. Candlemass è comunque un’opera che
merita di stare, a livello qualitativo, a fianco agli indimenticati
vecchi lavori della band svedese e non è affatto poco.
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- E il 2006?
Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Probabilmente
un’altra annata piuttosto statica come questa: è la maledizione di
questa musica, attualmente, ed all’orizzonte non si vede nessuna band
che può cambiare le carte in tavola. Per questo motivo le attese sono
legate perlopiù ai soliti nomi vecchi e nuovi: ci sono gli Slayer con un nuovo album in arrivo (sempre che abbiano voglia di registrarlo), c’è l’atteso (ed un po’ temuto) sequel di Operation: Mindcrime dei Queensryche (ed è notizia dell’ultima ora che il ruolo del Dr.X verrà interpretato da un mito del calibro di Ronnie James Dio), c’è il nuovo capitolo della follia di Devin Townsend, Synchestra, ed il ritorno dei Pain Of Salvation, chiamati ad un pronto riscatto dopo il prolisso ed un po' pretenzioso Be. E ci saranno centinaia e centinaia di uscite tra cui spulciare in cerca del gioiello nascosto. Tutto come al solito, insomma…
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