mercoledì 11 gennaio 2012

Atlantic Gold: 75 Soul Classics

ATLANTIC GOLD - 75 SOUL CLASSIC FROM THE ATLANTIC VAULTS - Warner Music UK, 2004


ATLANTIC GOLD
75 soul classics from the Atlantic vaults
75 tracce -3 cd, Warner music UK, 2004
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Nel parlare di questa raccolta potrei benissimo cavarmela mettendo uno dietro l’altro i nomi degli artisti presenti ed i rispettivi brani. Finita lì. Qualunque ascoltatore distratto riconoscerebbe, almeno per sentito dire, i nomi maggiori e con molta probabilità sarebbe in grado di fischiettare anche i brani, stra-conosciuti, di personaggi di “seconda fascia”.
Potrei, ma mi negherei la possibilità di parlare, seppur a grandi linee e senza la pretesa di essere nemmeno minimamente esaustivo, di quella che molti considerano la casa discografica per eccellenza di tutta la soul music, con buona pace di Berry Gordy e della sua Motown (diverso il discorso per quel che riguarda la Stax, ma ci arriveremo).
Si tratta infatti di un’etichetta che sarà la casa di inquilini del calibro di Ray Charles, Aretha Franklin, Wilson Pickett, Otis Redding, tanto per dire i primi che risaltano all’occhio.
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La storia dell’Atlantic Records inizia nel 1947, precisamente quando il figlio di un diplomatico turco ed un ebreo newyorkese studente di odontoiatria si conoscono e scoprono di avere in comune la passione per il jazz. Nasce così l’idea di mettere in piedi una casa discografica. Ciò dovrebbe bastare a far capire che razza di paese fossero gli Stati Uniti del secondo dopoguerra. Una terra dove l’intraprendenza (con solide basi, va da sé) era sempre premiata. Un paese dove Ahmet Ertegun ed Herb Abramson, grazie ad un prestito da parte del dentista di famiglia del primo, creano una casa discografica indipendente in grado di divenire in breve tempo sinonimo di “rhythm & blues”.
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E mai accoppiamento fu più azzeccato tra una casa discografica ed il genere musicale da essa cavalcato (ma si badi che non di solo “r&b” si vivrà in casa Atlantic; un nome su tutti: Led Zeppelin…e scusate se ho detto poco!) dato che il termine “rhythm & blues” è stato coniato da quello che diventerà uno dei tre azionisti dell’Atlantic ed il suo produttore principale, Jerry Wexler. Prima di approdare all’Atlantic Wexler lavorava come giornalista per la rivista Billboard e fu qui che coniò il termine “r&b” per identificare la musica creata e “consumata” dagli afroamericani che non fosse né jazz né blues ma una sorta di incrocio tra i due generi (in verità la questione non è così semplice, ma facciamo finta che lo sia).In precedenza infatti per indicare tale genere musicale si usava il termine “race music”. Definizione più disturbante e priva di rispetto non poteva esserci ed è giusto che sia stata abbandonata senza pentimenti.
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Wexler prese il posto di Abramson quando questi fu chiamato dallo Zio Sam ed al suo ritorno le cose erano chiare: Wexler era diventato indispensabile e la permanenza di Abramson durò ancora per poco. Finì così col cedere la sua quota in Atlantic ad Ahmet Ertegun, a suo fratello Nesuhi ed a Wexler stesso.
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Risulta impossibile, come scritto in apertura, essere minimamente esaurienti sull’epopea Atlantic, e quindi mi limiterò ad elencare un unico fatto che non può passare sotto silenzio: l’accordo distributivo (ma in realtà molto di più) tra l’Atlantic Records ed una piccola ma agguerrita etichetta di Memphis, la Stax Records. Quest’ultima produceva dei buoni, a volte ottimi, 45 giri che però non riuscivano a varcare gli immaginari confini del sud (Mississippi, Lousiana, Alabama, Tennessee…tanto per dare dei punti di riferimento) degli Stati Uniti. Grazie all’Atlantic però, il successo arrise a gente del calibro di Otis Redding piuttosto che Carla Thomas e gli studi Stax divennero anche la destinazione di artisti sotto contratto con l’Atlantic (quindi non-Stax) che ivi si recavano per incidere i loro capolavori (uno su tutti, “Soul man” di Sam&Dave, presente nella raccolta di cui si sta parlando). Insomma, nel suono di Memphis c’è anche un briciolo di New York.
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AHMET ERTEGUN
Dopo questa lunga (per i canoni internettiani) introduzione è tempo di parlare del contenuto di Atlantic Gold. Si tratta, senza giri di parole, del bignami perfetto per chi è totalmente digiuno di soul/r&b. In 75 tracce si ripercorre infatti la storia dell’Atlantic sul versante black music. E non fa nulla che in commercio esista un cofanetto “ottuplo” con tutti i singoli Atlantic dal ’47 al ’74. Il triplo in questione assolve benissimo al suo compito. Vi imbatterete infatti nel ‘genius’ Ray Charles ed in ‘miss rithm’ Ruth Brown, due delle colonne grazie alle quali l’Atlantic è stata in grado di sopravvivere prima e di spiccare il volo poi. “I’ve got a woman” e “What’d I say” sono le prime avvisaglie di un suono che è r&b in divenire. Un Ray Charles strepitoso in grado di indirizzare, lui e Sam Cooke in definitiva, la musica nera profana verso il gospel. Lo schema ‘call and response’ caratteristico dei canti da chiesa neri viene incorporato definitivamente nella musica secolare…e sarà successo.
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Ruth Brown, d’altro canto, rappresenta la primadonna di casa Atlantic dei primi anni ’50. Una donna che riversava la sua esuberanza in brani come “5-10-15 hours” o nella sostenutissima “Lucky lips” (vi sfido a non canticchiarla!).
Ma continuando l’ascolto scoprirete che canzoni notissime perché utilizzate in spot televisivi o come colonne sonore di film importanti sono state incise in casa Atlantic.
Troverete così ‘il vescovo’ Solomon Burke (soprannome azzeccatissimo perchè di vero pastore di anime si tratta) con “Everybody needs somebody to love” a braccetto di Joe Turner con la sua “Shake, ratte and roll”.
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Farete la conoscenza dei Drifters (ben 7 i loro brani presenti) e di classici conosciutissimi come “On Broadway” ed “Under the broadwalk”; stringerete la mano ad Arthur Conley, ringraziandolo per avervi fatto respirare per qualche minuto l’atmosfera del soul dell’età aurea con “Sweet soul music”; vi asciugherete le lacrime dopo aver ascoltato il commosso omaggio ad Otis Redding da parte di William Bell con “A tribute to a king”.
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Ma vi risulterà anche impossibile stare fermi quando i Bar-Kays inizieranno a suonare “Soul finger” oppure Booker T. & the M.G.’s partiranno con “Green Onions”, LO strumentale soul per eccellenza: un organo Hammond come marchio di fabbrica, la ritmica precisissima e la chitarra a mettere i puntini sulle i.
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RAY CHARLES
Quando poi quel giullare che risponde al nome di Rufus Thomas partirà con la sua “Walk the dog” il vostro bel sederino starà già ondeggiando in modo pericoloso per le coronarie di chi vi sta dietro!
I brani di cui ancora bisognerebbe parlare sono davvero tanti, a cominciare da “Poison ivy” dei Coasters passando per “See see rider” nell’interpretazione di Lavern Baker fino a Joe Tex con “Show me”. Risulterei però noioso, quindi mi fermo qui, non prima però di aver puntualizzato che i pezzi grossi come Aretha Franklin, Otis Redding e Wilson Pickett ci sono tutti, e nella loro versione più fulgida, com’è giusto che sia in una raccolta del meglio di quanto prodotto da una casa discografica.
Insomma, se non sapete come impiegare quei pochi soldi che vi avanzano dopo aver pagato il mutuo della casa, la luce ed il gas, un pensierino a questa raccolta lo farei. Potrete così dimostrare ai vostri amici che molti dei brani che si divertono a fischiettare sotto la doccia hanno un nome e sono presenti nella vostra fornitissima ‘discoteca’.

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Pino Paoliello  - Novembre 2005
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JERRY WEXLER con OTIS REDDING

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