
Potenza della pubblicità. Ricorderete, le fanciulle di più, lo spot che ormai qualche anno fa imperversava sulle reti tv di mezzo mondo in cui un baldanzoso giovane entrava in un ufficio popolato da segretarie “eccitate” e con fare sensuale beveva da una lattina di Coca Cola. Ricorderete anche la musica e le parole di sottofondo a cotanto erotismo con le bollicine. Avete indovinato: il brano in questione si intitola “I just want to make love to you”, come il ritornello che allusivamente sottolineava il rapporto tra il fusto e la lattina di Coca Cola (chiaro segnale, se ce ne fosse ancora bisogno, che la fine del mondo è vicina…ma qui si divaga e non poco). Immagino che a questo punto avrete anche indovinato l’autrice di quel pezzo.
Bravi, è proprio Etta James, che da quello spot ricaverà nuova popolarità dopo che quella primigenia si era inevitabilmente affievolita per poi spegnersi del tutto.
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Nata Jamesetta Hawkins quale frutto di una relazione tra una donna di colore ed un immigrato italiano (da qui il colore della pelle piuttosto pallido), come da copione i suoi primi gorgheggi li regala alla causa del gospel in quel di Los Angeles. Classe 1938, si trasferisce dodicenne a San Francisco ed è qui che la musica secolare farà capolino nella vita della nostra. A quattordici anni conosce Johnny Otis (origini greche e pelle chiara, ma a parte questo nero fino al midollo) che la visiona per un’audizione e la aggrega, assieme a due sue compagne, alla sua band. Decisivo sarà l’incontro con Otis anche per il cambio di nome, ottenuto dalla divisione ed inversione del suo nome di battesimo in Etta James. Si fa le ossa con vari singoli cantati assieme alle Peaches (lei e le due compagne di cui sopra), ma la Etta James maggiore sarà sempre legata ad un’altra città ancora, l’onnipresente Chicago. E’ qui infatti che ha sede la Chess records, etichetta per cui la James inciderà il suo materiale di gran lunga migliore. “All I could do was cry” il titolo di uno dei primi successi: ballata sofferta ed egregiamente interpretata, paradigma di un modo di cantare che di diritto posiziona Etta James poco al di sotto di un’icona del soul come Aretha Franklin. Allo stesso periodo risale la già citata “I just want to make love to you”, ed è una ritmica di stampo r&b sudista che si presta a far da tappeto alle potenti corde vocali di Etta.
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Così come i profumi del sud risalgono fino all’Illinois per andare a permeare quell’omaggio secolare al gospel che è “Something’s got a hold on me”; incedere che sarà preso a modello in quel di Kingston qualche tempo dopo ed uno dei brani più belli su quanto l’amore sia capace di possederci e di cambiarci in meglio. La frenesia presente in questo pezzo la troviamo poi, se possibile amplificata, nella coeva “Pushover”. Non fate mai capire ad una donna che da lei volete solo una cosa. Ve le canterà di sicuro. Anima visceralmente sudista che si manifesta anche in “In the basement” e “I’d rather go blind”, quest’ultima ballata con punti in comune con un certo modo di intendere il soul à la Redding. Di sicuro gran parte della responsabilità della presenza di questi umori sudisti è da imputarsi al fatto che nel 1967 Etta James, come del resto Aretha Franklin, venne spedita negli studi Fame di Muscle Shoals in Alabama, alla corte di Rick Hall e della sua house band che in quanto ad inventiva e capacità era seconda solo a Booker T. & the M.G.’s.
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Da quelle sessioni di registrazione venne fuori anche un brano, “Tell mama”, che rappresenta probabilmente la vetta artistica della James. Un’animo rock che difficilmente i fiati riescono a mascherare, tanto è vero che Janis Joplin impiegherà pochissimo ad appropriarsi del brano.
Ma molte sarebbero le perle di cui scrivere, da “I worship the ground you walk on” più sudista che mai a brani incisi dalla James nei ’70 quali “I found a love” piuttosto che “Losers Weepers” o “Leave your hat on” (ebbene sì, proprio quella!).
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Non è che lo spazio sia tiranno, ma visto che esiste in commercio un “best of” dal ridicolo prezzo di 5 € vi invito ad acquistarlo senza tema di restarne delusi (in fondo due pacchetti di sigarette vi costerebbero di più). Farete in questo modo la conoscenza di una soul diva dall’indole rock come nessuna prima di lei. Talmente rock che non è stata in grado di rifuggirne il più terribile dei luoghi comuni, la tossicodipendenza. Ma se per tanti l’eroina è stata la chiave per aprire la porta su di un abisso fatalmente inevitabile, per Etta James è stata fortunatamente una parentesi aperta e chiusa.
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La possima volta che andrete a fare compere in quel di Los Angeles e vi troverete a passeggiare sulla “Walk of Fame”, prestate attenzione al marciapiede. Inavvertitamente potreste calpestare una stella rosa a cinque punte con al centro scritto il nome di Etta James. Insomma, un po’di rispetto per la signora. Se lo merita tutto.
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Pino Paoliello - novembre 2005.
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Bibliografia minima:
- Sweet soul music. Il rhythm'n'blues e l'emancipazione dei neri d'America Guralnick Peter ; Arcana
- Soul, rhythm & blues. I classici Cilìa Eddy ; Giunti Editore
- Il Mucchio Extra n.18 (Estate 2005). Black music, 100 album fondamentali a cura di Cilìa Eddy Stemax Società Cooperativa
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