
Rickie Lee Jones e la vena d’oro che sto cercando |
(sempre che abbiate staccato gli occhi dall’immagine che sta qui sopra sperando che la ragazza vi guardi, si può cominciare)
Voglio confidarvi un segreto: io conosco una vena d’oro e so anche dove si trova. Non sono l’unico, certo. Ma molti conoscono solo una parte della vena, forse Alessandro Filippini [1] ne sa qualcosa. Io ne conosco una parte che mi sembra grande. Ma forse non la conosco tutta neanche io.
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Sto ancora cercando la vena d’oro e divento vecchio.
Questa vena d’oro comincia da Joni Mitchell ed è lì che io e Alessandro ci siamo spesso incontrati, pur non conoscendoci.
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Il suo modo di cantare sottile, suadente e vagamente infantile, i suoi pezzi sognanti e sfumati sono il punto dove la terra della musica femminile americana diventa chiaramente oro, quell’oro che voglio descrivere in queste righe. È un’oro riconoscibile, non è l’unico che si trovi in America e che coinvolga la voce femminile ma ho sempre sentito che quella di Joni e di molte altre è una sola vena, nonostante le apparenze e nonostante tenga insieme i gioielli di donne e artiste distanti anche trenta o quarant’anni.
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La ragazza che vedete nella foto è Rickie Lee Jones. Lascia la casa dei genitori e va a vivere da sola a diciotto anni, nel 1973. Nel 1978 incontra Lowell George (con Zappa e poi con i Little Feat) e questo grande uomo le produce il primo singolo.
Quando Rickie Lee esordisce, a ventiquattro anni, la vena di Joni scorre già da quasi quindici anni. Rickie è una che frequenta Tom Waits (lo incontra nel 1977) e potrei finire qui, è già una donna da amare, ma non è il caso di esagerare con le mitizzazioni.
Tanto vi basterà ascoltare il suo primo album, omonimo, uscito per la Warner nel 1979 e prodotto dai professionisti Lenny Waronker e Russ Titelman (già produttori di Randy Newman, ad esempio nel capolavoro Sail away del 1972).
.È il disco in cui Rickie cerca di comunicare il suo mondo, fatto di brutti locali, vite solitarie, vestiti vecchi, macchine rotte e amori come sogni nascosti sotto una vecchia veranda. E di costruirlo su un jazz sporcato che si fonde al rock, alla canzone folk, alle tonalità meno convenzionali della canzone popolare.
C’è Chuck E.’s in love, dedicata a Chuck E. Weiss amico di Waits, cantante, dalla vita molto waitsiana.
C’è Easy money, The last chance Texaco, After hours.
Ci sono undici canzoni scritte da Rickie quando un suo pezzo pesava più di mesi di vita, più di un sentimento, più di un ricordo.
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Poi si va a comprare Pirates (1981) prodotto ancora da Lenny Waronker e Russ Titelman con almeno due capolavori assoluti: We belong together e Living it up. Disco più sperimentale del primo, con pezzi molto lunghi e narrazioni fiume, sapientemente diretti dalla capacità affabulatoria di Rickie Lee Jones, da molti definita cinematografica, aggettivo a me antipatico, proprio perché equivoco e non chiaro. Ma è del resto molto difficile descrivere la grande dote lirica di Rickie che possiede una capacità iconica e di resa della situazione raramente riscontrabile nella canzone americana femminile, a mio parere non inferiore rispetto a quella di Joni. A me la sua musica fa pensare a vecchie foto, più che al cinema, e soprattutto a come una fotografia non sia mai distinta dal ricordo che se ne ha e dal ricordo dell’attimo che vorrebbe preservare. Ma la memoria è cosa mutevole, nonostante non lo si pensi, ed è questo il “movimento” della scrittura di Rickie che fa pensare al cinema, il movimento incessante della memoria.
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Proseguendo nel cammino, se siete fortunati, potreste incontrare un gioiello del 1983 che si chiama Girl at her volcano, EP pubblicato in 10 pollici, quasi interamente di canzoni altrui (uno è un dono di Waits e non sarà pubblicato in nessuno dei suoi album). In CD è molto diffcicile trovarlo ma qualche pezzo è presente nel recentissimo triplo CD antologico Duchess of Coolsville, un’antologia perfetta, non fosse altro che necessariamente fa perdere la possibilità di giudicare correttamente e completamente la sua opera, album per album.
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Su Girl at her volcano (e su Duchess of Coolsville) potrete ascoltare come interpreta My funny valentine (classico assoluto di Rodgers & Hart, per chi non lo sapesse) e potrete capire come alcune di quelle caratteristiche del cantato di Joni si siano magicamente diffuse, variate, in questa eterna bambina che canta come non si può cantare, almeno nel triste mondo che viviamo e che percepiamo quando, passeggiando per le nostre città, non sentiamo che rumori, fischi, stridii e voci rauche e voci senza voce, delle persone che incontriamo e forse anche di noi stessi.
Qui, nel modo in cui Rickie Lee ha immaginato di cantare My funny valentine, c’è l’oro. Poi The magazine (1984) ci fa scoprire che forse in questa direzione la vena non è più pura. Qualche pezzo è tra le sue gemme (It must be love) e certamente Rickie mette in pratica una concezione assolutamente originale sia della canzone stessa (Rorchachs) sia di album e di sequenza dei pezzi che pochi cantautori hanno dimostrato, ma c’è una lieve sensazione di appannamento data forse dal progetto concept molto ambizioso e dagli arrangiamenti non più così efficaci. Ma Flying cowboys (1989) ci riporta verso l’oro anche se semplicemente ce lo fa intravedere (The horses) forse reso opaco dai suoni un po’ troppo leccati di Walter Becker (ma è il chitarrista degli Steely dan, del resto, no?). | ![]() |
Pop pop pop (1991) ci dà la possibilità di ascoltare Rickie Lee alle prese con pezzi non suoi, forse per sviluppare il discorso di Girl at her volcano. Ma qui è l’eleganza e la perfezione degli arrangiamenti e dei musicisti (ci sono Joe Henderson, Charlie Haden e Robben Ford, per dirne tre) che danno il tono al disco, comunque bellissimo, piuttosto che l’irresistibile spontaneità della nostra ragazzina di quarant’anni.
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Ancora un passo, dorato, con Traffic from Paradise (1993) prodotto dalla nostra in solitaria, e Altar boy, Pink flamingos e una grande e trattenuta versione di Rebel rebel di Bowie per arrivare al punto dove l’oro si mostra con l’ultimo, emozionante lampo di lucentezza: Naked songs - Live and acoustic (1995).
Dovete ascoltare quest’incredibile disco, in Altar boy (qui nella versione migliore) e in ogni pezzo, troverete una malinconia e una dolcezza, una forza e una sensazione di “vita vissuta” che non potrete dimenticare. Quasi tutti i pezzi sono, o almeno sembrano, ancora più veri, più vibranti di quelli delle versioni in studio. La parola acoustic non vi inganni. Non c’è elettrificazione ma non pensate nemmeno per un attimo a certe sonorità laccate e timbriche squillanti e arrangiamenti edulcorati di alcuni dischi “acoustic” dei primi anni novanta. Qui c’è dolore, sofferenza, gioia e speranza e i suoni e le timbriche che queste cose, rare in questa forma così pura, si meritano.
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Questo viaggio (e il mio segreto) è, per ora, concluso, ma da qui potreste scorgere con me o da soli i mille rivoli della vena d’oro che vi ho fatto ammirare. La vena passa, infatti, da Edie a Suzanne a Sheryl a Tori (ma si potrebbe vedere, forse, anche Laura e chissà quante altre – ad esempio come negare che Alanis è una ramificazione, magari meno preziosa, di questa stessa vena? – ).
Per ora imparate a godere della ragazzina col cappello rosso che si accende una sigaretta e non vi guarda, del suo mondo, delle sue canzoniche valgono una vita e della sua voce, gioiello prezioso e impalpabile.
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Stefano Rizzo - novembre 2005
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Nota:
[1] Alessandro Filippini è un recente collaboratore del settore Musica di fumettidicarta e autore, tra gli altri, anche dell’articolo su Joni Mitchell pubblicato nell’aggiornamento dell’8 ottobre 2005.
.Nota:
[1] Alessandro Filippini è un recente collaboratore del settore Musica di fumettidicarta e autore, tra gli altri, anche dell’articolo su Joni Mitchell pubblicato nell’aggiornamento dell’8 ottobre 2005.



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