giovedì 12 gennaio 2012

The Sound of Memphis - Stax

926 East McLemore Avenue, Soulsville, U.S.A. - The Sound of Memphis

 
Se negli anni ’60 foste stati adolescenti di colore a Memphis, Tennessee, l’indirizzo nel titolo lo avreste conosciuto piuttosto bene. Si tratta dello studio di registrazione di una delle maggiori case discografiche (se non la maggiore) di rithm & blues, la STAX records.

Nata con il nome di Satellite, per questioni di copyright cambiò il nome in STAX dalle iniziali dei cognomi dei due fondatori, Jim STewart ed Estelle AXton (è il cognome da sposata), fratello e sorella.
Se leggendo di musica soul vi è capitato di scorgere un nome di casa discografica, quasi sicuramente questa è la Motown di Detroit. Per esperienza personale vi posso dire che fino al momento in cui il mio interesse per la musica soul non era manifesto, l’unica etichetta che associavo a questo genere musicale era proprio la Motown di Berry Gordy. Non sapevo qual era l’altra faccia della medaglia. Una faccia non levigata, senza lustrini e matida di sudore. Una faccia nera che non vuole per forza piacere ai bianchi e che quindi non usa make up, non si slava, non scende a compromessi. La storia dirà poi che i bianchi erano tutt’altro che spaventati dalla faccia sudista del soul; così poco spaventati che addirittura l’Europa si innamorerà a tal punto del suono di Memphis da tributare tutti gli onori del caso alla tournee del 1967, la “STAX Revue”, sul suolo del vecchio continente.
Estelle Axton e Jim Stewart

STAX vuol dire Memphis e Memphis vuol dire musica. Questo è un assioma che è universalmente accettato e non lo si discute. Dove se non nella capitale della musica a stelle e strisce si possono nominare nella stessa frase Johnny Cash, Elvis Presley ed Otis Redding?
   
Situata “per sbaglio” entro i confini dello stato del Tennessee, Memphis va invece considerata come la capitale morale del Mississippi, inteso non tanto come stato quanto come area geografica che dal grande fiume d’America è attraversata. Del Tennessee infatti Memphis non ha nulla, essendo il primo uno stato ricco di verdi colline, mentre la seconda è città pianeggiante e legatissima al fiume che la lambisce. Totalmente diversa quindi da Nashville, questa sì un puro distillato dell’anima del Tennessee.

Al Bell e Jim Stewart

Dicevamo prima dell’assioma che lega Memphis alla musica. E’ qui infatti che i filologi fanno risalire la nascita del rock. Precisamente negli studi della “Sun records” di Sam Phillips, dove Elvis, il cognome oltremodo superfluo, registrò il suo primo 45 giri. Ed è qui che il soul, anche se nato altrove (ma la questione non è così semplice come per il rock), ha visto edificata la sua casa più importante, la sua dimora più confortevole, disponendo poi di una casa per le vacanze il quel di Detroit (chez Motown, ovviamente). Grazie alla passione di Jim Stewart (musicista country per hobby) e di sua sorella Estelle Axton, entrambi impiegati in banca, una miriade di artisti di colore ha avuto a disposizione una rampa di lancio verso la fama ed il successo.

Nonostante si possa pensare il contrario, la Satellite (poi STAX) non nacque come casa discografica rhythm&blues. Fu il relativo successo dei 45 giri “di colore” a far capire qual era la strada da seguire.

Jim ed Estelle erano bianchi, e nel sud degli USA di fine anni ’50 era ancora un bel vantaggio. Questo però non deve portare a pensare al classico “schema” in cui i capi sono “pallidi” ed il loro guadagno deriva dallo sfruttamento dei “fratelli” di colore. All’oggettiva difficoltà di integrazione razziale nel sud, proprio la STAX fu una delle poche realtà che meglio seppe rispondere, mettendo sullo stesso piano bianchi e neri, ma anche cantanti e musicisti, parolieri e compositori. Una grande famiglia, insomma, la cui unità cederà verso la metà degli anni ’70 in balia di crisi finanziarie, affari poco chiari ed un clima di violenza che, allora sì, rispecchierà le brutture al di fuori del microcosmo di McLemore Avenue. Ma ciò non deve oscurare quello che la STAX ha rappresentato, sia in ambito musicale che sociale. Molte delle persone che vi hanno lavorato descrivono l’etichetta come la miglior università che ci possa essere per imparare ad affrontare la vita. Segno di eterna gratitudine verso quella che molti hanno imparato a considerare una seconda casa.


Booker T and the Mg's


Poco dopo che l’etichetta, da un paesino fuori Memphis, decise di trasferire lo studio al 926 e. McLemore Avenue (in un vecchio cinema), Jim ed Estelle aprirono un negozio di dischi, il Satellite shop, proprio di fianco. In poco tempo il negozio divenne un punto d’aggregazione dei giovani del quartiere, in prevalenza di colore. E’ strano pensare a come le cose sarebbero potute andare diversamente se il nuovo studio non fosse stato impiantato in un quartiere di colore ma in un sobborgo w.a.s.p.

Probabilmente ora parleremmo della STAX come di una delle etichette di punta della country music.

Questo discorso nasce dal fatto che molti dei prodotti incisi nello studio adiacente venivano “testati” nel negozio prima di essere stampati. In pratica Estelle Axton, che si occupava del negozio, non appena una sessione di incisione aveva termine se ne usciva dallo studio con il master in mano e lo suonava davanti ai sui clienti. Tenendo conto della loro reazione si decideva se stamparlo così com’era oppure apportare delle modifiche.

Si diceva del negozio come punto di aggregazione, ma andrebbe aggiunto che era anche un posto dove si andava per procurarsi un’audizione. Molti dei giovani del quartiere iniziavano a vedere nella STAX la possibilità concreta di esprimere la propria arte, di renderla disponibile a tutti. Era la politica delle “porte aperte” a generare sogni di gloria. Ed era una politica che per molto tempo si dimostrò vincente, visto che nomi quali Isaac Hayes piuttosto che David Porter trovarono la loro strada grazie a questo modo di concepire la musica. Una cosa della gente, non dell’industria. E questo fu il trucco che permise ad una piccola etichetta del sud degli Stati Uniti di diventare leader incontrastata di un certo modo di intendere la musica nera.

   

Rufus Thomas
Mi accorgo però che tracciare una seppur minima storia della STAX richiederebbe moltissime battute in più delle poche (insomma) che state leggendo. Tant’è vero che esiste in commercio (non tradotto in italiano, purtroppo) un bel libro intitolato ”Soulsville U.S.A.-The story of Stax records” di Rob Bowman. Si tratta sicuramente di una lettura consigliata a chi mastica l’inglese (non è necessario conoscerlo alla perfezione) ed è affascinato dalla storia della musica pop (perchè è di questo che si parla). Gli altri possono pregare che qualche casa editrice (qualcuno ha detto Arcana?) si impegni nell’opera di traduzione. Il lavoro di Bowman è ricchissimo di informazioni riguardanti la vita della STAX come etichetta, ma soprattutto la vita della STAX come famiglia. Perché per quasi tutti gli anni ’60, la STAX è stata proprio questo, una grande famiglia americana “integrata”. L’ultimo aggettivo non è casuale perchè, avrete imparato, quando si parla di musica nera degli anni ’60 è inevitabile nominare il razzismo, quintessenza della stupidità umana che non difettava (ma con rammarico potrei anche usare il presente) ai bianchi del sud degli USA. Ebbene, alla STAX il razzismo restava (di solito, chè nessuno è perfetto) fuori dalla porta d’ingresso. Poco o nulla importava che i proprietari fossero esclusivamente bianchi (fino all’arrivo di Al Bell) mentre la “manovalanza” era quasi esclusivamente di colore (con le dovute, importantissime eccezioni, vedi Dunn e Cropper). Poco peso avevano le sfumature del colore della pelle, importante era il fatto che le anime fossero “nere”.

Si diceva della STAX come famiglia ed in ogni famiglia che si rispetti la figura materna è il fulcro attorno a cui tutto ruota. Estelle Axton era proprio questo, una figura materna con mentalità imprenditoriale. E pensare che il suo coinvolgimento nella STAX derivava unicamente dal fatto di aver ipotecato la casa per aiutare il fratello a fondare un’etichetta musicale. Evidentemente la signora ci aveva preso gusto. La figura paterna era invece rappresentata da Jim Stewart, formalmente il produttore di moltissimi dei primi dischi dell’etichetta, ma anche padrone a volte irascibile e con i suoi chiodi fissi. E poi c’erano i figli. Numerosissimi, alcuni belli altri un po’ meno, alcuni costanti nello sfornare hit, altri in grado di incidere un pezzo sublime per poi perdersi e non ritrovarsi più. Ma denominatore comune era il fatto di contribuire, tutti indistintamente, a forgiare quello che, orgogliosamente nei suoi comunicati, la STAX definirà “il suono di Memphis”. Che poi gli artisti STAX non si rendessero conto, al tempo, di creare una miscela musicale nuova (anche se basata sul già conosciuto) non deve destare stupore. Di solito un artista si rende conto di trovarsi di fronte al suo capolavoro quando quest’ultimo è terminato.
   

Quando esegeti di ogni dove iniziano a produrre immense moli di parole per spiegare, classificare, osannare ciò che per l’artista è la cosa più naturale del mondo, la sua anima espressa in modo visibile (udibile nel nostro caso).

Nominare tutti gli artisti che hanno inciso per la STAX sarebbe inutile e piuttosto noioso (e comunque internet risponderà ad ogni vostra curiosità), quindi mi limito a citare coloro che possono essere ritenuti la spina dorsale di tutto il Memphis sound, i più volte da me osannati Booker T. & the M.G.’s: quartetto nato per ¾ nero e poi, con l’arrivo del bassista Duck Dunn in sostituzione di Lewie Steinberg perfettamente diviso tra visi pallidi e visi scuri. Molti non hanno dubbi nel definirli la più grande band strumentale che sia mai esistita. A conferma di ciò può bastare l’elenco dei brani in cui sono loro a suonare, partendo dai pezzi di Otis Redding fino a quelli di Sam & Dave, passando per Wilson Pickett e Carla Thomas, senza tuttavia dimenticare gli strumentali come Green Onions, brano quest’ultimo facilmente rintracciabile nella raccolta Atlantic di cui si parlava qualche tempo fa (nel pezzo citato si accenna anche al legame tra STAX ed Atlantic).

Se per tracciare una minima storia della STAX sono occorse 400 pagine ad uno studioso come Bowman non pretenderete mica che 2 striminzite cartelle di testo come quelle che avete appena letto(spero) possano bastare per sapere tutto? Spero però di avervi incuriosito e vi invito quindi a procurarvi il libro di cui sopra ed a navigare a ruota libera nella rete alla ricerca di una irripetibile stagione creativa (per dirla con Eddy Cilìa) che va sotto il nome di Memphis sound. Gioia garantita per le vostre orecchie.

Pino Paoliello  - Gennaio 2005

bibliografia:

Soulsville U.S.A.-The story of Stax records - Rob Bowman - Schirmer Trade Books 2003



0 commenti:

Posta un commento