Questo non è il mio corpo
(Shibou toiu na no fuku wo kite)
di Moyoco Anno
josei, dramma psicologico
per un pubblico adulto
vol. unico autoconclusivo
brossura, 264 pag. b/n
edizione giapponese: 2002
edizione italiana: 2006
euro 9,50
Kappa Edizioni
.
“…E’ come se indossassi uno spesso vestito di carne…
che non posso mai togliermi.”
Questo fumetto mi ha fatto molto arrabbiare. Mi è piaciuto parecchio: mi ha fatto molto arrabbiare e mi è piaciuto moltissimo (e mi ha reso assai triste).
L’autrice Moyoco Anno è già nota in Italia per lavori come Jelly Beans (Play Press), Sugar Sugar Rune (Star Comics), Happy Mania (Star Comics) e Tokyo Style (Panini Comics).
Questo non è il mio corpo racconta il viaggio all’inferno di Noko Hanazawa, una giovane “office lady”, sovrappeso secondo gli standard dettati dalla moda e dai canoni imperanti delle riviste e della pubblicità.
Le “office ladies”
sono quelle ragazze, donne, signore impiegate nelle aziende giapponesi,
che non hanno alcuna possibilità di carriera, sono sotto-stipendiate
rispetto ai colleghi maschi e hanno funzioni servili e compiti di poco
conto (servire il caffè, fare le fotocopie e altri lavoretti poco
impegnativi dal punto di vista intellettivo).
Noko ha un carattere debole e sottomesso e ha un fidanzato, Saito,
che sembrerebbe apprezzarla così com’è, cioè con tutti i suoi “chili di
troppo”. I quali sono dovuti a una sorta di rifugio nel cibo, creazione
di una corazza di carne che dovrebbe avere lo scopo di mettere un
ulteriore filtro tra Noko e un mondo cattivo e pieno di insidie.
”Se mangio mi sento bene. Finché posso mangiare, è tutto a posto” pensa Noko
mentre si abbuffa di cibo in modo compulsivo e apparentemente gioioso.
Il soffocante senso di sazietà offre un oblio che annichilisce e
consola.
Naturalmente la bulimia e in generale i disturbi alimentari
sono dei problemi tutt’altro che trascurabili e nascondono in essi
pericoli così devastanti da mettere a rischio la vita stessa.
Ciò non toglie che a mio personalissimo parere Noko,
anche nel momento massimo di sovrappeso, non è affatto diversa da
milioni di signore al mondo, le quali indipendentemente dai loro “chili
di troppo” possono essere belle o brutte. (…inutile sottolineare quanto
“bellezza” e “bruttezza” siano stati soggettivi, tutt’altro che fissi e
immutabili, anzi i cui “canoni” sono mutabilissimi spesso nel giro di
pochi anni) [1]

Ma, appunto, il problema di Noko
non sono quei “chili di troppo”, ma la debolezza, la bulimia, l’esser
grata quando qualcuno non la prende a calci, il dipendere da un
fidanzato inetto e meschino oltre ogni dire, “forte” solo del fatto di
essere uomo in una società maschilista. Il problema di Noko sono le
strutture sociali riprodotte all’interno dell’azienda, le dinamiche di
potere che fanno sì che si scatenino guerre tra oppresse in cui l’unico
risultato sarà la distruzione delle “buone” e delle “cattive” e l’unica
compagnia che non mancherà mai sarà quella della solitudine.
Con Questo non è il mio corpo la sensei Moyoco Anno
affronta quindi, consapevolmente, un numero impressionante di tematiche
delicatissime e di soluzione tutt’altro che semplice: bulimia e
anoressia sono le più evidenti anzi la bulimia, è il fil rouge che è presente in tutta la storia.
E
oltre a ciò vengono crudamente – e crudelmente – affrontate le
dinamiche di potere tra le persone, tra le donne e tra le donne e gli
uomini, la dipendenza affettiva, la solitudine, gli stereotipi cui ci si
deve adeguare per essere accettati/e socialmente e altro ancora.

Noko Hanazawa
ha contro il mondo intero (anche se bisogna dire che in questa storia
chiunque pare aver contro il mondo intero…) e oltre ai suoi problemi di
bulimia deve quotidianamente fronteggiare con scarsissimo successo una
situazione di vero e proprio bullismo da parte delle colleghe “carine
(perché magre)” e di ostilità sorda da parte dei colleghi maschi in
quanto “cicciona”. L’aspetto determina lo status sociale, o meglio:
l’aspetto esteriore determina la possibilità di essere accettate o meno
nell’unica classe sociale tollerata per le donne, le “civette”
“mangiauomini”.
E’ ovvio che ad un certo punto della storia Noko
cerchi di mutare il suo aspetto esteriore cercando di perdere quei
“chili di troppo”.
Ma può essere che uscire da quella prigione che è l’adeguarsi all’immagine che gli altri hanno di noi equivalga ad un surplus
di emarginazione, perché non si ha più un “posto” (sia fisico che
mentale) in cui stare, e perché alla fin fine forse è meglio “stare da
qualche parte” e venire calpestate e odiate, ma avere almeno un/quel
ruolo, che essere invisibile e scomparire a poco a poco. Questa mi
sembrava essere la filosofia dominante nel manga.

Subire
senza reagire significa essere disprezzate e patire un grande dolore;
ma reagire significa essere disprezzate, odiate e contrastate con ogni mezzo patendo così un ancor più grande dolore… queste mi sembravano le idee sottese alla narrazione di Questo non è il mio corpo e sebbene la storia mi appassionasse (in un modo profondo e doloroso), più leggevo e più mi arrabbiavo.
La rabbia in me era dovuta a molti motivi: mi arrabbiavo quando vedevo Noko subire senza reagire e quando vedevo Noko
reagire nel modo sbagliato; mi arrabbiavo quando vedevo a che livelli
di disumanità e crudeltà possono arrivare le persone – le colleghe, il
fidanzato… - ed ero consapevole di non aver nemmeno la consolazione di
pensare “tanto è solo un fumetto!”. Mi arrabbiavo quando vedevo
quanto le dinamiche di potere fossero così profondamente radicate da
esser date per scontate, come fossero leggi divine immodificabili.
Vedere poi raffigurate nero su bianco le discriminazioni che le donne
subiscono nelle aziende giapponesi e non solo, non è stato affatto
piacevole.

Ammetto
di aver confuso, a causa della rabbia, il racconto con il messaggio, di
aver semi-consciamente pensato che l’autrice avesse un atteggiamento
passivo rispetto a questo tipo di problematiche, come se narrandole le
approvasse o peggio ancora come se il racconto manifestasse l’ideologia dell’autrice.
Come se il racconto di un omicidio facesse dell’autore/autrice un assassino/a.
Ho avuto, in pratica e senza mezzi termini, un attacco di idiozia e di messa in stand-by
del cervello dal quale però mi assolvo per ben due motivi: il primo è
che evidentemente l’autrice è stata così brava che è riuscita a farmi
arrabbiare oltre misura, e sono certo che questo fosse uno degli scopi
di Moyoco Anno quando ha realizzato il manga; il secondo motivo è che mi voglio bene e mi autoassolvo facilmente.
Ma
dunque, infine, sta alle autrici e agli autori, di fumetti e in
generale, il dare ricette per risolvere i guai del mondo? Non credo
proprio. Quando, rientrando in me, ho compreso questo, la rabbia è
sbollita ed è rimasta una grande tristezza…

Non
mi è possibile analizzare “tecnicamente” questo fumetto e probabilmente
anche se ne fossi capace non vorrei farlo in quanto lo smottamento
interiore che la sua lettura mi ha provocato mi fa decisamente uscire da
qualsiasi minima pretesa di “obiettività”. E’ una manga che ha
instillato in me sensazioni profonde molte delle quali non piacevoli, ma
importantissime e necessarie e per questo motivo lo amo e lo amerò
particolarmente, accettando (forse) anche le numerose contraddizioni
dalle quali non è certo scevro.
E’ un manga durissimo che consiglio
vivamente a chiunque, purché con un minimo di maturità (che è altro
dall’età anagrafica, naturalmente).
Ci tengo infine a dire che
le immagini che si vedono in questa pagina ben poco hanno a che vedere
con l’edizione cartacea italiana di Questo non è il mio corpo, in quanto trattasi delle solite scan inglesi che nonostante la buona volontà degli/delle scanners
non riproducono minimamente la bellezza essenziale delle tavole del
manga. Le uso per puro egoismo, per non “rovinare”, scandendolo in casa,
un volume che possiedo da pochissimo ma al quale sono già intimamente
legato.
Il segno della sensei Moyoco Anno
è durissimo e pulito, spigoloso e comunica perfettamente ad occhi e
mente ogni minima sensazione anche solo accennata. E’ un segno quindi
estremamente espressivo, una linea chiara in cui le ombre sono quasi del
tutto assenti, a tratti realistico e a tratti esasperato; non è troppo
descrittivo, talvolta è minimale nella definizione delle figure e nel
panneggio e gli ambienti non sono descritti con troppa cura, perché il
segno è tutto concentrato sulla narrazione dei sentimenti dei
personaggi. E’ un tipo di disegno che d’ora in poi amerò tantissimo.
Orlando Furioso
Note:
[1] “Storia della Bellezza” e “Storia della Bruttezza”, di Umberto Eco, Bompiani editore, 2004


Nessun commento:
Posta un commento