Centomila giornate di preghiera
di Loo Hui Phang ai testi
e Michael Sterckeman ai disegni
brossurato, 232 pag., b/n
Euro 19,50
Ci
sono dolori più grandi di qualsiasi cosa. Il dolore di un intero popolo
sottoposto alle più incredibili vessazioni e infine massacrato e
annientato, è un dolore che non avrà mai fine, neppure quando le cose
saranno tornate alla “normalità”. Ho acquistato Centomila giornate di preghiera non appena ho saputo che questo fumetto affrontava in qualche modo, che ancora non conoscevo, la tragedia cambogiana. Ha scritto Centomila giornate di preghiera Loo Hui Phang, sceneggiatrice nata in Laos nel 1974 e parigina d’adozione; l’ha disegnato Michael Sterckeman, francese, nato nel 1976, entrambi a me perfettamente sconosciuti sino a qualche sera fa. La storia comincia con un uccellino che Louis riceve in regalo dalla madre. Louis, che a causa dei suoi occhi a mandorla e dei capelli nerissimi viene chiamato dal bulletto della scuola “il figlio di Bruce Lee”,
alle volte non è nemmeno certo di essere il figlio di sua madre, bionda
e dagli occhi chiari. Per sua madre Bruce Lee è bellissimo. Un giorno arriva una telefonata mentre Louis
è solo in casa: è convinto che ad aver chiamato sia stato suo padre.
Poco dopo sente sua madre parlare al telefono una strana lingua,
incomprensibile. Scoprirà che quella lingua è cambogiano e che sua madre
in Cambogia faceva l’infermiera. Nel frattempo il rapporto con
l’uccellino si fa davvero problematico e assume toni e valenze
inaspettati. Sapete che non amo raccontare troppo della trama per non rovinare la lettura a coloro che vorranno provare a leggere Centomila giornate di preghiera e infatti fino ad ora, per quanto abbia raccontato più di quanto sia abituato a fare, non ho in realtà detto quasi nulla. I capitoli IV e V, che per me sono stati il fulcro dell’intera narrazione e la fonte maggiore di commozione, pur non essendo gli ultimi capitoli del libro sono però quelli che risolvono dubbi e domande, non solo di Louis, ma anche e soprattutto nostri. Si tratta di un viaggio dolorosissimo in territori nei quali nessuno dovrebbe mai avventurarsi senza avere subito dopo calde consolazioni e l’impossibile cancellazione di un passato troppo terribile persino per essere detto. E’ incredibile quanto sia efficace la scrittura di Loo Hui Phang: riesce a dare il linguaggio perfetto a Louis e a tutti/e gli/le altri/e protagonisti/e e persone della storia, il linguaggio “che non poteva che essere tale” e riesce a farcelo sentire come se stessimo assistendo dal vivo alla storia. I bambini e le bambine della storia non parlano come dei piccoli adulti e tantomeno come dei cucciolini carini. In generale il linguaggio è reale più che realistico, asciutto e senza fronzoli inutili, scorrevole, coinvolgente. Si vede, senza che ciò pesi in alcun modo, che la sceneggiatrice ha lavorato moltissimo sul linguaggio e sui dialoghi, davvero perfetti. Così come perfetti per questa storia sono i disegni di Michael Sterckeman,
dei quali ci si può fare un’idea guardando le molto imperfette
scansioni casalinghe a corredo di questo scritto. I disegni hanno una
colorazione minimale, fatta di pochi toni di grigio, che serve anche
molto per “staccare” i piani l’uno dall’altro; le ombreggiature sono
poco presenti (anche se non stiamo parlando di ligne claire) e c’è tanto grigio e tanto nero (quest’ultimo soprattutto nel capitolo IV). Al di là di dati tecnici che purtroppo non sono in grado di fornire in modo meno rozzo di quanto fatto finora, Centomila giornate di preghiera è un fumetto bellissimo e profondo che mi sento di consigliare a qualsiasi persona, a chiunque,
interessato/a o meno che sia alla tragedia cambogiana. Anzi, a questo
proposito: non si pensi che questo libro sia la scusa per un qualche
manifesto politico, tantomeno che in esso trovino posto didatticismi,
didascalismi o spiccioli e triti “insegnamenti morali”. Non è un libro
che “insegna”. E’ un libro che racconta una storia bella e terribile che
deve essere raccontata e raccontata ancora e che deve essere letta
perché non ci lascia uguali a prima. Orlando Furioso |
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